martedì 31 marzo 2015

"La raccolta differenziata" di Daniele Fortini e Nadia Ramazzini

E’ uscito da pochi giorni un libro che ho trovato particolarmente interessante: “La raccolta differenziata” di Daniele Fortini e Nadia Ramazzini (Edizioni Ediesse, €. 15,00).


Il tema potrebbe sembrare arcinoto, e dunque potrebbe venire da obiettare: “Ormai sui rifiuti, sappiano tutto…”. In realtà, leggendolo, a meno di non essere un esperto della materia, si scoprono molte informazioni utili a raggiungere un quadro davvero esaustivo della problematica.
I due autori, sono innanzitutto due addetti ai lavori (Daniele Fortini, oggi è presidente di AMA Roma SpA ed ha una grande esperienza nelle aziende pubbliche di gestione dei rifiuti, oltre ad essere stato per 9 anni presidente di Federambiente; Nadia Ramazzini ha lavorato per dieci anni per A2A ed oggi collabora con la Fondazione Rubes Triva, un ente che si occupa della formazione e della sicurezza dei lavoratori delle aziende d’igiene ambientale) che hanno messo a frutto le loro rispettive esperienze sul campo per realizzare un testo di grande concretezza, equilibrio ed obiettività nell’affrontare la questione rifiuti, il tutto redatto con uno stile che consente facilità di lettura anche a chi non è un esperto del settore.

Nella sua prima parte il testo ripercorre la storia della gestione dei rifiuti partendo dai primi netturbini dell’antica Grecia, dove, storicamente, nel 320 a.C. la Costituzione di Atene stabilisce di affidare a dei “coprologi” la pulizia delle strade dai rifiuti che dovevano essere seppelliti in discariche esterne alla città, per passare all’antica Roma dove Giulio Cesare, nell’”Editto di Eraclea” bandì un primo appalto pubblico “per l’igiene dell’Urbe” che prevedeva non solo la raccolta dei rifiuti ma anche una loro prima selezione tra quelli da recuperare, quelli da bruciare e quelli da interrare (tutte operazioni all’epoca a cura degli schiavi), per giungere al Rinascimento dove in città quali Milano, Firenze, Genova e Venezia fu fatto obbligo ai proprietari delle case di spazzare e lavare la strada davanti alle loro abitazioni e di consegnare i rifiuti ad un apposito servizio che li avrebbe allontanati dalla città. Ma è solo con l’avvento della Rivoluzione industriale che i rifiuti diventano un vero problema e s’inizia ad affrontare la questione con una logica diversa. E’ a Vienna che nel 1839 vien introdotto l’obbligo della raccolta dei rifiuti alle famiglie ed ai commercianti imponendo la consegna ai contenitori dislocati su carri trainati da cavalli, prima, e a partire poi dal 1918, sempre a Vienna vengono posizionati dei contenitori fissi lungo le strade regolarmente svuotati dal servizio pubblico. Sarà sempre a Vienna dove per la prima volta, a partire dal 1939, verrà imposta una tassa comunale per lo smaltimento dei rifiuti, ed ancora a Vienna, nel 1973, diverrà operativo l’inceneritore di Spittelau per la combustione dei rifiuti urbani.
Vienna, l'inceneritore di Spittelau

Dopo un ampio inquadramento sul piano giuridico che illustra le normative passate e presenti nel campo (dalle Direttive europee e le normative sui rifiuti nazionali e locali) e che giunge ad analizzare la gerarchia di gestione dei rifiuti così come prevista dalla Direttiva 2008/98/Ce (prevenzione – preparazione per il riutilizzo – riciclaggio – recupero di altro tipo – smaltimento), ed illustra gli obiettivi al 2020 (preparazione per il riutilizzo ed il riciclaggio di carta, metalli, plastica e vetro almeno al 50% in peso), Fortini e Ramazzini mettono in luce come: “…l’Italia è l’unico paese europeo nel quale le politiche di recupero di materia dai rifiuti hanno, come esclusivo punto di riferimento, le percentuali di raccolta differenziata e non quelle di effettivo recupero.”

Ma questa appena descritta, leggendo con cura il libro, risulterà essere solo la prima di una lunga serie di contraddittorietà che caratterizzano il mondo della gestione dei rifiuti (in Italia e nel mondo) a cominciare dalla definizione stessa di rifiuto. Ciascun paese, europeo e non, ad esempio, considera “rifiuti urbani” quantità e tipi di scarti differenti a seconda della propria organizzazione industriale del ciclo di trattamento e smaltimento. In Danimarca gli scarti di piccole manutenzioni edilizie domestiche sono assimilati ai rifiuti urbani, pertanto la produzione pro capite di rifiuti dei danesi risulta tra le più alte in Europa; In California (USA) sono addirittura considerati “municipali” tutti i rifiuti prodotti nel confine della città, cosicché la produzione pro capite degli abitanti di San Francisco supera i 2.500 kg per abitante all’anno! (500 kg, la media europea, 400kg. quella del Giappone, 300 kg. quella della Russia). Giungendo all’Italia Fortini ci illustra il paradosso di un sistema caratterizzato dalle 20 Regioni italiane con venti differenti Piani Regionali di gestione dei rifiuti e con i suoi quasi 9.000 Comuni con migliaia di regolamenti comunali ciascuno diverso l’uno dall’altro.

La parte centrale del volume è naturalmente dedicata al tema specifico della differenziazione dei rifiuti partendo da un’accurata descrizione del sistema Conai sorto con l’approvazione del Decreto Ronchi ed all’analisi delle singole tipologie di rifiuto: dal vetro alle cellulose, dai metalli ai rifiuti biodegradabili, dai RAEE alle plastiche, evidenziando come proprio questa ultima categoria sia ad oggi quella che presenta le maggiori problematiche di recupero presentando essa, per circa il 45% del suo totale, oltre 400 polimeri differenti spesso accoppiati o saldati con altre materie (cellulose, resine, gomme, ecc.) da cui è talora impossibile separarli e che dunque presenta, tranne rare eccezioni, (ndr. vedasi l’esperienza più che positiva della Revet Recycling di Pontedera), come unica alternativa quella di essere destinata all’incenerimento.

Nell’analisi merceologica dei rifiuti si denunciano alcuni casi emblematici della complessità del quadro della gestione dei rifiuti quali ad esempio quelli dei mozziconi di sigarette.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia vivono oltre 10 milioni di persone che ogni giorno consumano mediamente 15 sigarette di tabacco che significano miliardi di cicche all’anno. Nella sola città di Roma (5% della popolazione italiana) ogni giorno vengono gettate oltre 2 miliardi e mezzo di cicche di sigaretta (ogni cicca impiega 2 anni al suolo e ben 5 anni in mare per degradarsi). Quantificando: nessuna statistica evidenzia la produzione di 116.000 tonnellate all’anno di mozziconi di sigaretta, la gran parte dei quali non è immaginabile possa essere raccolta in modo differenziato…

Ma uno dei concetti chiave che emergono da questo prezioso volumetto è che i rifiuti urbani vanno inseriti in un ciclo industriale. Affermare cioè che la sola raccolta differenziata rappresenti la soluzione del problema e la conseguente scomparsa di inceneritori e discariche è un’illusione. Al contempo gli autori sollecitano l’osservanza dei buoni comportamenti ecologisti ed invitano il mondo ambientalista e del volontariato a diffondere, mediante campagne mirate, la consapevolezza e la responsabilità di ciascuno di noi su questo tema. In proposito si afferma l’importanza di realizzare e poter disporre di infrastrutture ed impianti che assolvano la funzione essenziale di recuperare materia ed eliminare o minimizzare la pericolosità di rifiuti non recuperabili. Accade ancora infatti in molte realtà italiane che popolazioni encomiabili nei risultati raggiunti per la raccolta differenziata respingano però la realizzazione ad esempio d’impianti di compostaggio o di valorizzazione dei rifiuti riciclabili vicino alle loro abitazioni.

Nella seconda parte del testo vengono ripercorse le tradizioni secolari del nostro paese nella raccolta differenziata dei rifiuti fino alle evoluzioni che hanno portato all’odierna organizzazione. Fu a Modena, nel 1973, che la locale azienda municipalizzata iniziò per prima a raccogliere in modo differenziato i rifiuti urbani riciclabili. Di questa evoluzione causa-effetto principale è stato senza dubbio lo sviluppo economico ed il cosiddetto “eccesso consumistico” che ha portato ad una vera e propria proliferazione della produzione dei rifiuti dal secondo dopo guerra ad oggi.
Un sistema di raccolta a cassonetti stradali

Il testo mette a confronto i principali sistemi di raccolta da quella a cassonetti stradali al sistema porta a porta spinto alla raccolta con sistema a tariffa puntuale evidenziando i pro e i contro di ciascuno e quale sia da preferire a seconda del contesto locale dove ci si trova ad operare. I fattori che concorrono al successo di un efficiente sistema di raccolta differenziata dei rifiuti sono molti e soprattutto viene evidenziato dagli autori come non esista un modello vincente unico ed applicabile in ogni contesto. 
In generale si afferma che per i Comuni fino a 50.000 abitanti il Porta a Porta spinto può essere la soluzione più proficua mentre per le città medio-grandi è preferibile l’adozione di un Sistema misto (porta a porta + cassonetti stradali). Ma gli stessi autori ribadiscono che tale regola non sempre è efficace ovunque. Fondamentale risulterà allora la pianificazione della gestione dei rifiuti che parta da una preliminare conoscenza del territorio in tutti i suoi aspetti fisici, economici e sociali. Anche l’incidenza del clima e delle condizioni meteo avrà una valenza non secondaria. E naturalmente, altrettanto fondamentale sarà il coinvolgimento e la partecipazione attiva della cittadinanza al raggiungimento degli obiettivi previsti. Anche il bilancio economico della gestione dei rifiuti avrà un peso dirimente nella scelta delle azioni. Troppo spesso infatti avviene che cittadini ma anche amministratori rimangano delusi perché, a fronte di elevati obiettivi percentuali raggiunti, si registrano aumenti rilevanti nei costi anziché risparmi tributari o tariffari.

Nella terza parte si passa ad analizzare più direttamente il sistema impiantistico confrontando i pro ed i contro delle varie tipologie: dagli Impianti di compostaggio (aerobico ed anaerobico), agli Impianti di Trattamento Meccanico-biologico (TMB), a quelli di Tritovagliatura (STIR), alle discariche fino a giungere ad affrontare la questione più delicata, quella dell’incenerimento dei rifiuti. 

Una discarica di rifiuti

Si dichiara, in proposito, come “in fondo, a ben vedere, non sono certo discariche e inceneritori a compromettere gli equilibri della natura terrestre, nel momento in cui circolano quasi un miliardo di veicoli inquinanti, sbuffano miliardi di camini inquinanti, pulsano milioni di fabbriche. E cosa dire delle centrali atomiche? E le guerre? ... Poche centinaia di super-controllati inceneritori, però, fanno perdere il sonno a tanta gente. Per qualcuno la loro chiusura è una ragione di vita, l’esorcismo del male…E poco importa se in ambiente urbano il massimo apporto all’inquinamento atmosferico…è rato dal traffico veicolare (41%), nonché dai processi di produzione (24%) e generazione di energia (17%)”. 
Ma altresì sarebbe ingeneroso non includere in questo commento come il testo non sia un elogio incondizionato a favore dell’incenerimento dei rifiuti. Fatte le affermazioni sopra riportate Fortini e Ramazzini ribadiscono con altrettanta sicurezza come sia indubbio che gli inceneritori non rappresentino altro che una soluzione temporanea, di passaggio, nell’attesa che si giunga di qui a qualche decennio ad un sistema industriale in grado di progettare e costruire, ad esempio, tutte le singole componenti di un’automobile in modo che - alla dismissione dell’auto al termine del suo ciclo di vita - esse possano essere tutte o per lo meno la gran parte di esse recuperate e riciclate (oggi circa il 30% invece finisce all’incenerimento per l’impossibilità di separarle). L’incenerimento non può infatti rappresentare una soluzione finale del problema nel momento in cui distrugge della materia che invece potrebbe ancora essere recuperata e reimmessa in un ciclo di produzione.

La comunicazione della Commissione europea sull’economia circolare, adottata dal Senato nel Novembre 2014, definisce l’obiettivo dell’Europa a “zero rifiuti” inserendolo in quello più ampio della promozione di un’economia circolare, in cui i rifiuti sono considerati materie prime secondarie dalle quali ottenere prodotti al pari di quelli ottenuti dalle materie vergini.

Pertanto, concludono, gli autori “Rispetto alle discariche per rifiuti “tal quali”… a molti appare che l’opzione dell’incenerimento sia preferibile; ma, rispetto ad una progressiva capacità di generare minori quantitativi dei rifiuti e di poterli massicciamente recuperare come materia, il recupero di energia non può che essere considerato una tecnica residuale, dedicata unicamente a quegli scarti che non potranno essere altrimenti recuperati. Parlarne senza isterismo e senza conformismo è doveroso, nonostante il termine “incenerimento” sia divenuto sinonimo di una pratica quasi diabolica. Se in Europa funzionano 391 inceneritori di rifiuti (dati E-Prtr anno 2012) e 47 sono quelli progettati per il futuro, mentre crescenti quantitativi di rifiuti urbani pretrattati finiscono nei forni dei cementifici o delle centrali elettriche, non è certo un esercizio ginnico il confrontarsi per capire cosa davvero accade e cosa può o dovrebbe accadere.”
D’altro canto viene ricordato anche come esistano scuole di pensiero diverse come quella statunitense che tende a preferire all’incenerimento le discariche privilegiando cioè la teoria del cosiddetto “landfill mining” col convincimento che le materie ora rifiuti un giorno potrebbero divenire, a causa della penuria di risorse naturali, una risorsa importante. Va aggiunto però che, a differenza dell’Italia gli USA hanno una disponibilità di territorio che consente loro di realizzare discariche in aree desertiche, cosa da noi irrealizzabile…In Italia, invece, al momento non c’è nessuno che consideri una miniera gli 8 milioni di ecoballe dislocate in Campania!

Insomma, questo testo, a mio parere, dovrebbero leggerlo in tanti, a cominciare da molti dei nostri amministratori. Se non il libro “mastro” sul tema della gestione dei rifiuti come recita la sua sovracoperta, esso è senza dubbio un libro utile a raggiungere un grado di consapevolezza maggiore sul mondo e sulle grandi problematiche legate alla gestione dei rifiuti.

Michele Salvadori


martedì 20 gennaio 2015

"Sottomissione" di M. Houellebecq

“Vivere senza leggere è pericoloso, ci si deve accontentare della vita e questo comporta notevoli rischi”.
E’ così che ho conosciuto qualche anno fa Michel Houellebeck, attraverso la lettura di uno dei suoi romanzi più celebri, “Piattaforma al centro del mondo”.

Considero Houellebecq uno dei migliori narratori contemporanei per la sua duplice capacità di trasportare il lettore in un mondo parrallelo ed assolutamente realistico, riuscendo al contempo a farlo riflettere proprio sulla realtà da cui cerca di allontanarsi: evadere riflettendo, distrarsi approfondendo, fuggire per tornare più attenti e consapevoli alla vita reale. Questi i doni ed i meriti della narrativa di Houellebecq e queste le ragioni per cui, lo confesso, adoro questo scrittore francese.
I recenti e tragici eventi di Parigi hanno contribuito ad accrescere notevolmente la notorietà di questo scrittore francese che con ogni probabilità sarebbe altrimenti rimasto conosciuto solo ai grandi appassionati di narrativa che, com’è noto, in Italia e non solo in Italia, vanno ormai progressivamente calando di numero ogni anno.

Nel suo nuovo romanzo “Sottomissione”, uscito in Francia proprio nei giorni dell’attentato alla rivista di satira “Charlie Hebdo” ed in Italia la scorsa settimana pubblicato dalla casa editrice Bompiani (€. 17,50, pg. 252), Houellebecq preconizza l’ascesa di una nuova forza politica, la Fratellanza Musulmana, che in un futuro assai prossimo, il 2022, riesce a vincere le elezioni presidenziali francesi, (ma di lì a poco accadrà la medesima cosa anche nel vicino Belgio), causando di fatto uno vero e proprio stravolgimento dei principali usi e costumi della società dei nostri “cugini” d’oltralpe.

Le fasi di questa drastica mutazione della società francese sono descritte in maniera attenta, graduale e dettagliata, ma soprattutto tali da risultare assolutamente credibili e realistiche: l’avanzata politica, in termini di consenso popolare, del Fronte Nazionale guidato da Marine Le Pen ed il timore di una vittoria, e della conseguente elezione di un presidente appartenente all’estrema destra francese, inducono la sinistra moderata a cercare un accordo proprio con quello che nel frattempo è divenuto il secondo partito in Francia, quello musulmano (giunto ormai alla soglia del 20% dei consensi). Il candidato musulmano alla presidenza della Repubblica, Ben Abbas, accetta l’alleanza con la sinistra moderata in cambio però della certezza di poter occupare, in caso di vittoria, alcuni ruoli strategici del futuro organigramma di governo del Paese; tra questi, innanzitutto, la guida del Ministero dell’Istruzione, pretendendo che si adottino delle radicali trasformazioni nel campo dell’educazione dei giovani. In caso di vittoria della coalizione musulmano-socialista tutte le Università pubbliche saranno “islamizzate”. A cominciare dalla più celebre università francese, la Sorbona, dove solo docenti di comprovata fede musulmana, da quel momento in poi potranno continuare ad insegnarvi. Gli altri, o si convertiranno all’ Islam oppure potranno continuare ad insegnare solo in Università private.

E’ quanto puntualmente si verifica: Il popolo francese, e di lì a qualche mese anche quello belga, di fronte alla scelta tra un governo di estrema destra ed uno moderato sia pure di matrice islamica, sceglie la seconda via.
La vicenda viene descritta ed ha per protagonista Francois, un professore universitario della Sorbona, dai gusti ed abitudini tutt’altro che morigerate. Quarantenne, scapolo, amante delle giovani studentesse ventenni che frequentano i suoi corsi di letteratura, puntualmente, il nostro professore cambia compagna all’inizio di ogni nuovo anno accademico, infatuandosi perdutamente della prima minigonna che incrocia nelle aule universitarie. Egli conduce uno stile di vita sregolato e, ateo e libertino convinto, è terrorizzato dall’idea stessa di creare attorno a sé una qualunque stabilità affettiva, una famiglia propria, dei figli.

Dopo la vittoria alle presidenziali del fronte moderato, il professore viene di fatto sospeso dal suo incarico e decide di abbandonare Parigi per alcuni mesi per un lungo viaggio per la Francia. Al suo rientro scoprirà di essere stato pensionato anticipatamente ma soprattutto troverà una città profondamente cambiata. Il professore nota con orrore che è stato del tutto abbandonato, ad esempio, l’uso di abiti che scoprano eccessivamente il corpo femminile. Le donne che si muovono per la città hanno adottato indistintamente i pantaloni ed ormai tendono a muoversi quasi tutte solo con il volto coperto. Ma sono soprattutto i cambiamenti dei ruoli uomo/donna a contraddistinguere questa nuova fase storica della Francia. Il prevalere dell’ideologia islamica comporta un ridimensionamento del ruolo femminile che viene “incoraggiata” a tornare ad occuparsi esclusivamente della famiglia, consentendo di fatto una sorta di restaurazione della società patriarcale dove l’uomo, oltre ad esserne il vertice, torna ad essere l’unico che lavora. Sempre in ossequio alla dottrina islamica si diffonde nel paese la poligamia. Viene adottata la pratica da parte dell’uomo di avere almeno due-tre mogli scelte di diversa età anagrafica perché possano soddisfare le diverse esigenze del marito: una moglie in età più matura che si occupi della gestione della famiglia e della cucina dei pasti, una più giovane (addirittura non ancora maggiorenne in più casi) che invece soddisfi meglio le esigenze ed i piaceri sessuali del consorte. Viene del tutto scoraggiata la possibilità di una ascesa sociale della donna in campo lavorativo, impedendole addirittura la possibilità di frequentare gli studi universitari.
Ma ciò che più colpisce è il fatto che questo progressivo mutamento degli usi e costumi sociali si realizzi senza apparenti contrasti. Gli unici episodi di violenza descritti nel romanzo sono quelli che avvengono prima della vittoria musulmana nelle elezioni presidenziali francesi. Una volta che la Fratellanza Musulmana giunge al potere tutto sembra conseguire ed essere accettato dalla popolazione in maniera pacifica.
La “sottomissione”, che dà il titolo al romanzo, e che ne costituisce il messaggio più allarmante a mio parere, sembra non solo essere accolta senza drammi ma addirittura essere quasi auspicata.

Evito naturalmente di raccontare l’epilogo della storia ed il destino del protagonista, tuttavia gli spazi di riflessione che il romanzo apre sono davvero molteplici. C’è molto di non detto da parte dell’autore che però può essere supposto e che richiama il dibattito di questi giorni all’indomani delle drammatiche vicende parigine.

E’ noto che l’autore ha deciso di rinunciare alla promozione del libro, ma i contenuti di quest’opera ritengo siano più che sufficienti a stimolare riflessioni e domande. Prima della vicenda di “Charlie Ebdo” Houellebecq era stato paragonato ad un altro celebre scrittore, G. Orwell. Ma, a differenza di quanto Orwell immaginava nel suo “1984”, in “Sottomissione” il futuro sembra nascere come una storia già vecchia e superata dagli eventi della vita reale di questi giorni.
Gli interrogativi che il romanzo pone sono di difficile risposta ma evidenziano delle problematiche che necessitano, è evidente, delle riflessioni serie, articolate e profonde.
Nel libro di Houellebeck si lascia intendere come la conquista della Francia e poi quella del Belgio siano solo i primi passi di un progetto ben più vasto: l’obiettivo finale è quello di ricostituire una nuova entità che sia una via di mezzo tra due modelli, l’impero romano ed il califfato arabo, e che abbia naturalmente come riferimento la religione islamica.
Utopia? Le recenti dichiarazioni di alcuni esponenti dell’Isis farebbero presupporre che almeno gli intenti ci siano.

Allora, dobbiamo prepararci a diventare tutti musulmani? La libertà democratica e le forti responsabilità che ne conseguono ci hanno talmente usurato le menti che per noi è divenuto all’improvviso più rassicurante vivere sottomessi ad una volontà e ad una ideologia superiori? E soprattutto, proprio in nome della libertà e della democrazia siamo pronti, pur di evitare una nuova guerra e nuove violenze, ad assoggettarci di buon grado ad un volere intransigente?

Non sono in grado di dare risposte, tuttavia mi piace pensare che alla fine ci salveremo, o meglio, gli uomini saranno salvati e lo saranno proprio grazie alle donne.

Ravviso un punto debole nella vicenda immaginata da Houellebecq e questo punto è proprio il ruolo passivo delle donne. In “Sottomissione” sembra che il genere femminile finisca con l’adeguarsi e l’accettare passivamente questa sorta di regressione sociale a cui la religione musulmana le relegherebbe per una seconda volta nella loro storia. Considero questa ipotesi la vera illusione del romanzo.
Sappiamo bene come fenomeni di “ribellione” allo status quo millenario del ruolo femminile nella società stiano da tempo avvenendo anche nel mondo arabo e musulmano da parte delle donne. Impensabile a maggior ragione, dunque, questo tentativo di mutare drasticamente i costumi e le abitudini di una società dove da tempo il ruolo della donna è mutato, sia pure con tutti i limiti ed i distinguo che non debbono essere sottaciuti.

Sarà dunque il genere femminile ad innescare un’eventuale ribellione, saranno le donne il nostro vero antivirus contro ogni forma di totalitarismo?
Semmai un giorno anche prossimo dovessero verificarsi le ipotesi immaginate nel suo romanzo, sarà la donna, caro Houellebecq, a “salvare” l’uomo occidentale? E’ il mio auspicio.
Quanto a quest’ultimo, egli dovrà rassegnarsi in futuro ad avere un ruolo da comprimario? Temo proprio di sì. Del resto, ciò, in parte, sta già avvenendo. Ma, in fondo, all’uomo occidentale tutto questo andrà bene lo stesso; la birretta con gli amici e la partita di calcio della domenica in tv saranno assicurate, tutto il resto conta il giusto… o no?!


Michele Salvadori

sabato 20 dicembre 2014

"Una piccola (bella) storia romana"

Firenze, ore 6 di mattina, mi sto preparando ad uscire per recarmi alla stazione e prendere il Frecciargento per Roma. Accendo il cellulare e mi arriva un sms che mi informa che qualcuno mi ha chiamato dopo la mezzanotte di ieri.
Chi è che rompe a quell’ora?”- il mio primo pensiero.
Avranno sbagliato numero, mi dico. Sul treno per Roma tolgo la suoneria per evitare di disturbare gli altri viaggiatori, anche se questo tipo di attenzioni ormai 9 viaggiatori su 10 la ignora.
Giunto a Roma, mi accorgo che lo stesso numero che mi ha chiamato ieri sera dopo la mezzanotte mi ha richiamato di nuovo durante il viaggio. Inizio a preoccuparmi un po’. Lo richiamerò. Sono però di fretta; il treno è giunto a Termini in ritardo ed io debbo correre alla Conferenza degli Amici della Terra, adesso non ho tempo. Mi riprometto, appena avrò una pausa, di richiamare quel numero.
Giunto alla Conferenza, tolgo di nuovo la suoneria al mio cellulare per evitare di disturbare i relatori.
Attorno alle 10 do un’occhiata allo schermo del mio smartphone e che ci trovo? Di nuovo una chiamata da quello stesso numero. Deve essere una cosa importante se questa persona continua a cercarmi con tanta insistenza.
Decido di abbandonare la sala della conferenza per cercare di capire una volta per tutte di che cosa si tratti.
Proprio mentre sto uscendo dalla sala il mio cellulare suona di nuovo e di nuovo è quel numero.
Rispondo: “Pronto?”
“Pronto. Che sei Salvadori, te?”
“Si, sono io; con chi parlo scusi?”
“Che hai perso le chiavi dell’auto, per caso?”
“No, non mi pare, credo”. Vengo subito assalito da mille dubbi. Chiavi dell’auto perse? Non sarebbe purtroppo la prima volta che mi capita. Ma dove? La voce dall’altro capo del telefono ha un accento romano inconfondibile. Il tipo, dalla voce roca, insiste con le domande.
“Ma che sei professore, te? Insegni a scola?”
“No, proprio professore no, però in effetti mi capita ogni tanto…, ma perché, scusi?”
“Assieme alle chiavi dell’auto, ho trovato ‘na chiavetta e su sta chiavetta ce sta er nome tuo cor tu numero de telefono. Poi c’è un sacco de robba, lezioni sui rifiuti, se ho capito bene, possibbile?”
“Si, può darsi, ma dove le ha trovate, lei mi sembra che sia di Roma, io abito a Firenze.”
“L’ho trovate su un autobus a Roma a Barberini. Assieme alla chiavetta e alle chiavi dell’auto ce sta pure un mazzo de chiavi de casa, credo. Dimme un po’, ho bisogno de capì se davvero ste chiavi so’ tue. Com’è fatto er portachiavi delle chiavi de la machina?”
Le interrogazioni mi hanno sempre messo una certa ansia. Vengo colto alla sprovvista. Com’è fatto il portachiavi dell’auto, mica me lo ricordo!
“Aspetti un attimo, dunque, il portachiavi della mia auto…mi sembra che…”
“Oh, ma ste chiavi sso’ ttue o nun sso’ ttue? Ieri sera come sé tornato a casa si nun ci’avevi le chiavi de la machina e pure quelle de casa?!”
Io ieri ero a Roma, non ho usato l’auto, ho preso il treno, ma le chiavi di casa ce l’avevo altrimenti non sarei rientrato e pure stamani le ho usate per chiudere la porta appena dopo essere uscito.
“No, guardi, le chiavi di casa io ce l’ho, sono sicuro. Quelle dell’auto non lo so. Adesso provo a chiamare mia moglie ed a chiedere a lei, la chiavetta potrebbe essere davvero la mia. Posso fare questa verifica e poi la richiamo?”
“Vabbè! Aspetto che me richiami”.
Sono il solito sbadato che perde tutto. Mi affretto a chiamare mia moglie. “Pronto amore? Per caso sei a casa? Mi ha chiamato un tipo che dice di aver trovato ieri sera qui a Roma sull’autobus la mia chiavetta usb e due mazzi di chiavi, potresti controllare se ho lasciato a casa le chiavi della macchina?”
“Certo, controllo subito….No, veramente le chiavi dell’auto sono qui a casa.”
“Meno male. Grazie amore, baci. Poi ti racconto”
Mi affretto a richiamare il tipo.
“Pronto, no guardi io le chiavi dell’auto le ho a Firenze, dunque quelle che lei ha trovato non sono mie.”
“Però la chiavetta è tua, c’è tutta robba tua sopra, o no?!”
In effetti sembrerebbe proprio così.
“Senti, io so autista dell’ATAC, se vuoi riavere la tua chiavetta come preferisci fare?”
“Io sono a Roma anche oggi, se vuole potremmo fissare da qualche parte, nel pomeriggio sono in grado di liberarmi”.
“Va bbe’. Io ner pomeriggio faccio ‘r turno sur 664, me potresti raggiunge’ da quarche parte; ndove sstai a lavorà?”
Spiego al tizio, di cui ignoro perfino come si chiami, che mi trovo a Palazzo Rospigliosi, vicino al Quirinale. Mi rendo conto con una certa preoccupazione che lui invece di me sa già un sacco di cose: nome, cognome, indirizzo, numero di cellulare e, se ha la mia chiavetta, purtroppo molto altro. Su quella chiavetta, la mia unica chiavetta, ho copiato, quest’estate prima di partire per le ferie, tutte le password utili; può accedere non solo alla mia posta elettronica ma addirittura utilizzare pure le mie carte di credito! Vengo colto dal panico, anche se cerco di mascherarlo all’esterno. Non oso richiamare mia moglie per spiegarle la situazione.
Il tipo mi propone d’incontrarci dopo le 15 al capolinea del 664 a Largo Colli Albani.
“Prendi la metro A e scenni alla fermata Colli Arbani. Nda dove sei ora ce metti 5 minuti ad arrivà. Di fronte te trovi il 664. Io faccio l’autista su quella linea oggi pomeriggio. Aspettami lì che faccio i giri e prima o poi arrivo…”
Che faccio? Non credo di avere molte alternative. Perciò accetto.
Sono le 10,30 di mattina. Dovrò attendere almeno fino alle 15. Questa rischia di diventare una delle giornate più lunghe della mia vita…
Da quel momento conto i quarti d’ora, non riesco a seguire con attenzione il dibattito alla conferenza, la mia testa è altrove. Il mio primo pensiero va a questo tizio che mi ha chiamato. Chi è veramente, che vuole, che si aspetta da me? La polemica su Roma ladrona, sull’inchiesta “Mafia-Roma capitale” mi ronza nel cervello. Sti’ romani, tutta gente corrotta! Ora di sicuro questo tizio tenterà di spennarmi: “Arivoi indietro la tua chiavetta? Bhe, sopra c’è robba importante…Che famo?!”
Che faccio? Sulle prime penso di ringraziarlo dandogli 20 euro, basteranno? Oppure magari si offende…Troppo poche 20 euro. Troppo poche per il valore della chiavetta per me.
Cazzo! Ma tu guarda in che casino mi vado a cacciare per la mia sbadataggine!
Finalmente la mattinata si conclude ed arriva l’ora di avviarmi all’appuntamento.
Lavoro a Roma da poco più di un anno e, ora che ci penso, non ho mai preso la metro in questa città. Mi perderò? Sono sicuro di aver capito bene le indicazioni che mi ha dato. Più scendo le scale dell’ingresso della metro di piazza della Repubblica e più mi si sale l’ansia per le incognite che mi attendono.
Prendo la metro “A” ed arrivo alla stazione metro Colli Albani. Salgo in superficie e mi ritrovo in una piazza ampia, e caotica. La prima cosa che noto è la sporcizia, un po’ ovunque. Mi ricorda la classica periferia di molte delle nostre città. Ovunque mi giri vedo enormi palazzoni a 8-10 piani dall’aspetto trascurato. Ma dove sono capitato? Ma chi me lo ha fatto fare di venire fino a qui?
Di fronte a me la fermata capolinea della linea 664. Sono in largo anticipo ma decido comunque di ritelefonare al tizio per avvisarlo che io già ci sono.
“Pronto, sono Salvadori. Io sarei già al capolinea del 664, ho fatto prima del previsto”.
“Eh, però io nun sarò là prima de ‘n’ora…”
Un’ora? Cazzo! Come un’oraaa?! Ed io che ci faccio un’ora qui ad aspettartiii!
“Ah, va bene, pazienza. Non si preoccupi. In fondo è colpa mia, sono io che sono arrivato prima del previsto. Vorrà dire che mi faccio due passi…”
La voce dall’altra parte del telefono resta in silenzio per qualche secondo. Quel silenzio in qualche modo mi fa sentire per la prima volta questo sconosciuto un po’ più vicino. Non lo dice ma è come se provasse un po’ di dispiacere per me. Professò, povero te, un’ora ad aspettarme in quer posto di m….!
“Eh, guarda, io sto partendo di casa in questo momento, ma prima di un’ora nun gliela faccio ad esse là.”
“Va bene, ripeto, l’aspetto qui, magari mi faccia uno squillo appena arriva, d’accordo?”
E ora come diamine la passo quest’ora?
Inizio la perlustrazione. La giornata si è fatta calda, o forse è la tensione. Fatto sta che ho caldo e decido di togliermi il cappotto. Ma sono vestito in giacca e cravatta e mi accorgo subito che mi si nota un po’. Le persone per strada mi osservano. In giro c’è poca gente. Mi avvio in direzione del primo spazio verde che mi appare in lontananza. Attorno a me cassonetti della spazzatura straripanti ed immondizia abbandonata per terra. Una vecchia Ape arrugginita ed ormai senza ruote staziona abbandonata chissà da quanto tempo in un angolo della piazza. C’è un mercato rionale nei suoi pressi. Ma ormai sta chiudendo. La gran parte degli esercizi ha già tirato giù i bandoni. Decido di rimettermi il cappotto. Preferisco sudare un po’ ma dare meno nell’occhio. Assurdo. Non c’è quasi un’anima in giro, sono le 15 del pomeriggio. Mi si nota comunque.
Mi avvicino all’area verde. Area verde per modo di dire. Uno spazio largo 10 metri per 20 dove si trovano 3 pini, un prato incolto con l’erba alta 50 cm, (dentro la quale non oso neppure immaginare cosa si possa celare alla vista), naturalmente sporcizia ovunque e le due uniche panchine presenti sono parzialmente prive di assi. Ad una manca completamente la seduta, all’altra la spalliera. Chissà, magari uno s’è fatto la panchina a casa propria…
Penso a quel dirigente responsabile delle aree verdi di Roma che la recente indagine su Roma Capitale ha trovato in possesso di 500mila euro nascoste nella sua abitazione. Il denaro per sostituire due panchine, invece, quello non si trova…
Incrocio una ragazza che sta portando il cane a passeggio. Il cane si ferma a fare i suoi bisogni corporali lasciando sul selciato i suoi escrementi. La ragazza naturalmente si guarda bene dal raccoglierli. Chissà perché non lo trovo affatto strano. Del resto, anche se lo facesse, non servirebbe a molto visto il degrado che ci circonda. Decido di proseguire oltre, sperando di trovare un posto migliore dove potermi sedere a leggere qualcosa (porto sempre un libro con me, per fortuna) per ingannare l’attesa. La ricerca si dimostra vana per un po’ fino a quando trovo miracolosamente una panchina nei pressi di un’edicola per giunta aperta. Mi siedo lì, almeno non sono solo.
Trascorro circa mezz’ora, mi fermo ad acquistare una rivista all’edicola, dove trovo il titolare che, inaspettatamente, mi dà del lei e parla in maniera molto educata e forbita. Ma tu pensa, magari è pure laureato!
Decido di tornare a Largo Colli Albani. Arrivatoci, provo ad addentrarmi dalla parte opposta rispetto a quella da dove arrivo e mi accorgo di trovarmi quasi in una altra città. Improvvisamente, strade ordinate, bei negozi, anche di lusso, supermercati, concessionarie auto, librerie, bar, ristoranti, condomini moderni e ben tenuti anche se ovunque mi giri trovo cartelli con la scritta VENDESI E AFFITTASI APPARTAMENTI.
Sono ormai le 15,50. Torno verso la piazza e mi avvicino alla fermata del bus. Ormai è questione di poco e finalmente mi toglierò questo dente. Vada come vada.
Alle 15,55 arriva al capolinea un bus “664”. Vedo scendere da lì un tipo che mette subito mano al cellulare e chiama. Contemporaneamente il mio telefono comincia a squillare. Capisco che è lui la persona che sto aspettando.
Mi avvicino a lui e subito ci riconosciamo reciprocamente. Lui ha capito che sono io e io so ormai che è lui.
Mi basta dargli un’occhiata perché immediatamente tutte le mie ansie, i miei timori ed i miei dubbi vengano fugati. La persona che mi stringe la mano sorridendo, ha la classica faccia del buon padre di famiglia. Ispira fiducia e trasmette grande serenità. Dimostra una sessantina d’anni e porta un paio di lunghi e ampi baffoni bianchi che aprono ad un sorriso profondamente sincero.
“Piacere, mi chiamo Valter” – mi dice. (ndr. Il nome dato al personaggio è di pura fantasia)
“Piacere mio” – gli rispondo.
Improvvisamente il tu che mi dava per telefono si trasforma in Lei.
“Venga, annamo al bar, che ci prendiamo un caffè”
“Volentieri”, rispondo contraccambiando il sorriso.
Però voglio subito chiarire la questione “economica” e mi secca farlo dentro al bar davanti ad altre persone. Mi sono preparato una banconota da 50 euro in tasca, pronto a girargliela al momento opportuno.
“Aspetti, però, Valter; solo un momento prima del caffè. Vorrei chiarire questa cosa subito”.
Faccio il gesto d’infilare una mano nella tasca dei pantaloni per prendere la banconota. Lui è come se intuisse al volo le mie intenzioni e mi blocca immediatamente. Arrossiamo entrambi, lui per l’imbarazzo ed io per l’imbarazzo di avergli procurato imbarazzo.
“No, no, che sta facendo! No, guardi che nun ha capito. Io faccio l’autista. Ogni tanto me capita de trovà oggetti abbandonati sulla vettura. Prima di passarli alla polizia provo a restituirli de persona. Se nun ce s’aiuta tra de noi…Venga che le offro il caffè”.
Come il caffè? Cioè questo Valter non solo mi sta facendo un enorme favore, ma addirittura mi vuole pure offrire il caffèèè?! Ma questa non era Roma ladrona? E questo da dove piove? Che sia un’extraterrestre?
Entriamo nel bar e subito mi dirigo alla cassa, precedendolo. Lui insiste per pagare. Ma quasi implorandolo a mani giunte gli spiego che almeno il caffè lo “devo” offrire io. Lui alla fine, sia pure con dispiacere, accetta.
Seguono 5 minuti intensissimi, nei quali mi gusto uno dei caffè più buoni della mia vita in compagnia di una persona di cui non so assolutamente niente ma con cui adesso vorrei intrattenermi un’ora e più.
Tira fuori la chiavetta ed i due mazzi di chiavi e me li mostra. Io confermo che le chiavi non sono le mie e, sorpresa, neppure la chiavetta usb lo è.
“Ma come? Non è la sua chiavetta?”
“No, guardi la mia chiavetta è diversa”.
Improvvisamente mi accorgo che dopo la telefonata della mattina non ho minimamente pensato a cercare la mia chiavetta dove la tengo di solito ovvero nello zaino che mi porto sempre dietro e che anche adesso ho sulle spalle.
“Eppure, guardi che su sta chiavetta ce sta ‘n sacco de robba sua”.
Valter tira fuori il suo cellulare, ci attacca la chiavetta e tempo qualche secondo in effetti appaiono sullo schermo del cellulare una serie di documenti ed una cartella “Rifiuti”. Valter apre quella cartella e mi mostra una serie di file che sono tutti stati prodotti da me: ppt delle mie lezioni sui rifiuti, documenti sulla gestione dei rifiuti in formato pdf ed anche una lettera a mia firma nella quale io mi rivolgo ad un certo professor XXXX confermando l’appuntamento che ho con lui per tenere un seminario di educazione ambientale nella scuola dove lui insegna a Barberino di Mugello.
Capisco perché il signor Valter abbia pensato che la chiavetta da lui ritrovata appartenesse a me, ma al contempo intuisco che al contrario, tutto quel materiale potrebbe invece appartenere proprio a quel professore dove io mi sono recato a tenere la lezione sui rifiuti, (ho l’abitudine di lasciare i miei file agli insegnanti che me lo richiedono dopo aver fatto l’incontro con i loro alunni).
Il mistero è come da Barberino di Mugello, comune situato a 40 chilometri da Firenze, questa roba sia finita a Roma. Ma, come si dice in questi casi, questa è un’altra storia.
Decido di trattenere io la chiavetta, di studiare bene i file contenutivi e provare io a risalire al presunto proprietario di quegli oggetti. Valter tratterrà ancora per qualche giorno i due mazzi di chiavi.
E’ giunta l’ora di salutare il signor Valter, il suo autobus della linea 664 lo attende per iniziare il percorso.
Quasi mi spiace salutarlo. Lo ringrazio ancora moltissimo e gli prometto che comunque lo richiamerò in ogni caso anche se la mia ricerca risultasse vana.
Prima di allontanarmi gli rivolgo un’ultima domanda: “Mi scusi, ma lei come ha detto di chiamarsi? Valter e poi?”
“Valter, mi chiamo, Valter e basta.”
Auguri, Valter. Auguri di cuore. E’ bello sapere che in giro ci sono persone come Lei.
Prima di scendere a prendere la metropolitana do un’ultima occhiata a Largo Colli Albani. Sono le 16 poco più di una bella giornata. Il sole sta calando.

Scopro, all’improvviso, che questo luogo non è affatto inospitale come credevo fino ad un’ora fa.

Auguri di Buone Feste!
Michele Salvadori

domenica 14 dicembre 2014

"Contro (la) natura" Di Chicco Testa

Decidendo di seguire con osservanza intransigente i principi della filosofia del “chilometro zero”, potremmo giungere un giorno al paradosso di essere costretti a cibarci di sole cipolle, vivendo a Tropea, oppure di solo lardo, vivendo a Colonnata o – quel che è peggio – di solo porridge (orzo bollito) se vi trovate nel Galles. E la maggioranza della popolazione umana dovrebbe andare avanti senza o con pochissima frutta.
Quella sopra descritta per le cipolle e il lardo rappresenta una delle provocazioni con le quali Chicco Testa, con Patrizia Feletig, nel loro libro dal titolo “Contro (la) Natura” (Marsilio Editore – Collana I Grilli), tentano di combattere una nuova figura che da ormai alcuni anni sta imperversando nella società industrializzata, e che gli autori definiscono l’“ambientalista collettivo”.
Una delle principali tesi del libro è che oggi l’ambientalismo, fatte le dovute eccezioni che però caratterizzano pochi gruppi, è ormai divenuto “un mantra pieno di luoghi comuni, una miscela indistinta di qualche buona idea e aure senza senso, dati scientifici usati come gadget, informazione sensazionalista, mode e marketing” e altro ancora.
Secondo Chicco Testa, la gran parte di noi si lascia condizionare da questo modo di pensare anche a causa del fatto che ormai i media parlano di questi temi continuamente ma giungendo sempre alle medesime conclusioni e proponendo lo stesso messaggio. Molti di noi provano ormai un senso di colpa ogni volta che acquistano qualche banana (Orrore! Un prodotto che proviene dall’altra parte del mondo e che ha viaggiato per migliaia di chilometri con tutto quello che ne consegue).
L‘“ambientalista collettivo”, che ormai pilota o cerca di pilotare i pensieri del cittadino comune, concorre, secondo Testa e Feletig, a farci credere che la Natura sia un’imponente macchina ispirata esclusivamente da principi buoni e giusti e che pertanto l’uomo debba regolare le proprie azioni e comportamenti seguendo questi presunti principi.
Ma nella realtà, ed a dispetto del pensiero predominante, la natura non si cura affatto dell’uomo. Essa va avanti e basta. Il pianeta Terra è esistito miliardi di anni prima che sulla sua superficie si sviluppasse la vita e si evolvesse quindi la specie umana e, con ogni probabilità, andrà avanti ancora a lungo anche se l’uomo si dovesse estinguere. Quando parliamo di “salvare il pianeta”, secondo gli autori, facciamo pura e semplice demagogia. La Terra non ha affatto bisogno di essere salvata dall’uomo. Il nostro pianeta continuerà a vivere anche se, per cause dovute o meno alle azioni dell’uomo, la nostra specie dovesse un giorno malauguratamente estinguersi.
Il punto semmai è un altro; alla specie umana necessita preservare certe condizioni di stato sul pianeta perché esse sono in grado di garantire continuità alla vita dell’uomo sulla Terra. Siamo pertanto mossi ad agire solo per utilitarismo, per un puro interesse egoistico, dettato dalle opportunità di sopravvivenza.
L’idea non è del tutto nuova. In un suo libro, dal titolo “The Medea Hypothesis”, il paleontologo americano Peter Ward, nel 2009, ha cercato di ribaltare la “Teoria di Gaia” sviluppata invece nel celebre ed omonimo libro di James Lovelock. Anche se le conclusioni di Ward sono distanti da quelle a cui giunge Testa, entrambi partono dal medesimo presupposto. Ward descrive la Natura appunto come “matrigna” e del tutto disinteressata alle sorti dell’uomo, contrapponendola volutamente alla figura benevola e materna descritta da Lovelock. Più correttamente, applicando le osservazioni scientifiche che sono ben lontane da questi tentativi di personalizzazione della Terra, la Natura – anzi, dovremmo scrivere “natura” con la minuscola - non è né materna, né benigna, né buona, né cattiva, e neanche “indifferente”. Semplicemente “è”, e si nuove secondo l’influsso casuale su di essa del mondo vivente e non-vivente, compreso l’uomo, che è parte integrante dell’ecosistema e in grado di modificarlo.
Si deve riconoscere al libro di Testa il merito di andare “contro” il pensiero (sedicente) ambientalista dominante odierno, facendolo, oltretutto, con uno stile semplice, accessibile anche ai non addetti ai lavori e con un tocco d’ironia che non guasta.
In “Contro (la) Natura” si afferma, ad esempio, come la specie umana dovrebbe essere grata al famoso meteorite che, entrando in collisione con il pianeta, ha probabilmente causato l’estinzione dei dinosauri e creato così i presupposti per lo sviluppo dell’ordine dei Mammiferi e quindi della nostra specie (la natura benigna in questo caso lo è stata per l’uomo, certo non per i poveri dinosauri!). E ancora, si narra del paradosso per il quale l’avvento del petrolio abbia contribuito a salvare molte più balene di quante siano riusciti a fare gli attivisti di Greenpeace (grazie al conseguente abbandono della pratica di estrazione dell’olio di balena prima utilizzato come combustibile).     
Per molte persone concetti come “natura” e “naturale” comunicano un senso di giustizia, razionalità, bontà e bellezza. Gli autori del libro si chiedono allora se queste considerazioni siamo disposti a farle anche nei confronti di un tifone o un terremoto, del fungo Amanita muscaria o dell’arsenico… oppure dell’orsa Danica che, a difesa dei propri cuccioli, attacca in un bosco un cercatore di funghi.
Da anni registriamo la tendenza a tornare a vivere in campagna, senza considerare che la vita in campagna oggi è resa decisamente più confortevole grazie alle moderne tecnologie che ci permettono di viverci senza praticamente rinunciare a niente: acqua calda, riscaldamento, elettricità, sistemi di comunicazione, connessione internet. Di fatto, è un po’ come se ci trovassimo all’interno di una grande bolla tecnologica che ci tutela da tutti quegli aspetti disagevoli che invece caratterizzavano la vita dell’uomo in questi contesti fino a non molto tempo fa. Citando ancora un passo del libro: “Anche il più modesto agriturismo, una volta semplice estensione dell’abitazione e dello stile di vita di famiglie contadine, è oggi un piccolo albergo, che esiste solo se possiede un sito web e che si sente domandare dall’ospite che vuole prenotare se è dotato di aria condizionata e wi-fi”.
Siamo dentro la natura eppure al riparo da essa, in una condizione molto simile a quella del visitatore di un grande acquario che si trova nelle immediate vicinanze della vasca che ospita uno squalo tigre ma senza alcun rischio per la propria incolumità. Per non parlare delle cose ritenute e propagandate come naturali, quando sono in parte frutto dell’ingegno dell’uomo, come gli animali, le piante e i microorganismi domesticati a furia di incroci e di selezioni eseguiti dai contadini e dagli allevatori, dagli agronomi e dagli scienziati: come la mucca da latte e i legumi coltivati (tanto per citare due specie).
Bellezza significa insomma, per noi, prima di tutto sicurezza. E’ la sicurezza, conquistata con mille strumenti artificiali, che rende bello il mondo”.
E’ proprio grazie all’ingegno della nostra specie che la vita dell’uomo sulla Terra ha potuto svilupparsi a dispetto delle teorie catastrofiste, per prima quella di Malthus, che prevedevano la drastica diminuzione della popolazione umana terrestre causata dal progressivo consumo delle risorse. Da anni invece assistiamo ad una continua revisione al rialzo delle stime sulle nostre riserve di materie prime ed al contempo le nuove tecnologie consentono all’uomo di migliorare costantemente l’efficienza nell’utilizzo di queste stesse risorse.
Il libro, in proposito, propone la seguente analisi. L’alto sviluppo demografico e la concentrazione di ormai oltre il 50% della popolazione in vasti agglomerati urbani non possono essere affrontati senza l’uso di una produzione agricola di stampo industriale e proprio la concentrazione della popolazione in aree delimitate come le grandi metropoli favorisce l’applicazione di criteri di efficienza nel consumo e nella distribuzione di tali risorse. Nella seconda metà del secolo scorso la produzione mondiale di cereali è balzata da 700 milioni a 1,9 miliardi di tonnellate con le stesse superfici coltivate grazie allo sviluppo di nuove tecnologie. In questa ottica anche la battaglia contro gli “Ogm”, secondo Chicco Testa, è deprecabile oltre che contraddittoria. La creazione di piante più resistenti ai parassiti abbassa il ricorso all’uso di antiparassitari, così come piante meno bisognose d’acqua permettono la loro coltivazione in aree siccitose. Ma, paradossalmente, mentre in Italia sono vietate le sperimentazioni sugli Ogm, sempre in Italia viene importata, come mangime per animali, la soia geneticamente modificata, con risultato che prodotti tipici derivano da animali nutriti con Ogm. Tutto è stato reso possibile grazie all’innovazione tecnologica ed alla capacità della specie umana; se la specie umana si fosse assoggettata in tutto al dominio della natura, essa probabilmente oggi sarebbe già estinta.
Naturalmente non tutte le conclusioni a cui giungono Testa e la Feletig sono condivisibili; (ad esempio, quelle in favore del nucleare e dell’eolico). Tuttavia, è importante che un libro cerchi di trasmettere un messaggio incoraggiante e positivo, un messaggio - se vogliamo - anche di speranza per il futuro a dispetto delle più comuni prefiche ambientaliste, che in genere sono specializzare nella divulgazione di messaggi pessimistici.
In uno degli ultimi capitoli del libro, gli autori dedicano la loro attenzione a quella parte del mondo ambientalista che, sfidando l’ostracismo dei più, ha osato negli ultimi anni prendere le distanze dall’ambientalista collettivo. La questione ricorda le note e recenti vicende che hanno riguardato gli Amici della Terra italiani e la loro adesione in qualità di membri della federazione dei Friends of the Earth International.
Molti punti di contatto si possono riscontrare tra il ragionamento di Chicco Testa e posizioni espresse degli Amici della Terra Italia, che tradizionalmente hanno cercato di non farsi influenzare dalle facili e diffuse posizioni ideologizzate sulle tematiche ambientali: questa attenzione critica è stato il modus operandi che contraddistingue gli Amici della Terra italiani non da oggi. Certe scelte sono costate un prezzo alto ma sono rimaste nel patrimonio dal movimento ambientalista riformista. Questo significa che comunque ne è valsa la pena.
                                            
Michele Salvadori