lunedì 28 dicembre 2009

"Guida ai Green Jobs" di T.Gelisio e M. Gisotti


Da un paio di mesi è uscito nelle librerie un ottimo testo di Tessa Gelisio e Marco Gisotti dal titolo “Guida ai Green Jobs” (Edizioni Ambiente, €. 16,00) che tenta di spiegarci cosa e quali siano gli ecolavori offrendo spunti e suggerimenti utili sia per chi intende (o è costretto) cambiare attività lavorativa che per i giovani che si avvicinano per la prima volta al mondo del lavoro.
Il sottotitolo del libro recita: Come l’ambiente sta cambiando il mondo del lavoro.
E’ davvero possibile che dopo anni e anni in cui l’ambiente è rimasto un tema relegato ai salotti degli ambientalisti, esso finalmente stia divenendo di dominio pubblico?
Probabilmente no, tuttavia se in un particolare momento come quello che stiamo attraversando si aprono delle strade che riescono a ridurre i nostri consumi contraendone i costi e al contempo offrendo nuovi sbocchi lavorativi ecco che occuparsi di tutela dell’ambiente diventa straordinariamente interessante per molti.
Secondo il Rapporto “Green Jobs” delle Nazioni Unite, attualmente nel mondo, e solo nel settore delle energie rinnovabili, sono 2,3 milioni le persone impiegate, di cui 300.000 nell’eolico, 170.000 nel solare fotovoltaico, oltre 600.000 nel solare termico e le rimanenti nei biocombustibili.
Cambiamenti climatici in corso e crisi economica hanno creato un mix la cui prima via d’uscita sembra essere davvero la strada verso gli ecolavori e questo non solo nei paesi industrializzati.
Un altro dato a favore è quello che vede inconfutabilmente i professionisti di quasi tutti i settori economici coinvolti dalla economia verde.
Infine, ammettiamolo, il livello di consapevolezza ambientale nella maggioranza delle persone è talmente scarso che la situazione non può che offrire enormi vie di sviluppo.
Eppure i professionisti del marketing ci dimostrano quotidianamente come nessun prodotto “tiri” più di quelli contraddistinti da un marchio “verde” che ne sancisca l’assoluta rispettabilità ambientale, i media si sono innamorati dei temi ambientali come mai prima d’ora e il pubblico sta facendo una vera e propria full immersion di ecologia applicata …
Ma torniamo al libro, a mio parere interessantissimo, e che tra le altre contiene anche un'introduzione del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Intanto, a differenza di quello di Al Gore, e nonostante le sue 400 pagine, questo testo è pubblicato in una veste estremamente pratica e ve lo potrete portare ovunque viste le sue dimensioni contenute.
Esso è diviso in due sezioni: nella prima vengono analizzati ben 21 tra settori industriali e sociali sia a livello nazionale che internazionale con approfondimenti utilissimi a farsi un quadro piuttosto completo e utilizzabile come compendio sullo stato attuale della green economy.
Tra i settori si passa dall’analisi sulle energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile, all’ industria agroalimentare, all’ecofinanza, alla gestione dei rifiuti, al giornalismo ed editoria ambientale, alla ricerca e controllo ambientale, alla green policy, solo per citarne alcuni.
Ciascuna analisi di settore è preceduta da un’intervista ad un esperto di quel settore che ne analizza lo stato attuale e le prospettive future.
Tra i vari settori, bontà loro, è inserito anche un capitolo sulle Associazioni Ambientaliste, inquadrate però e per fortuna, (avrei dovuto smentire subito gli autori del libro!), non come possibile punto di approdo lavorativo, bensì come terreno utile ad acquisire esperienza, mentalità ed adeguato bagaglio tecnico, almeno per alcune discipline.
Nella seconda parte del libro, che pare essere tra l’altro il primo del genere pubblicato in Italia, vengono invece descritte in dettaglio le 100 professioni verdi più importanti, indicandone le competenze necessarie, i percorsi formativi e le reali potenzialità sul mercato del lavoro.
Tra queste professioni ne troverete alcune a dir poco curiose e divertenti, cito l’eco-parrucchiere e l’eco-chef, ma vorrei soffermarmi invece su alcune figure tecniche che a mio parere sono quelle con maggiori potenzialità di crescita.
Il certificatore energetico: dal 2005 in Italia è obbligatoria l’attestazione di certificazione energetica (Ace) per l’atto di vendita di qualunque edificio. Tale atto può essere rilasciato esclusivamente da una persona in possesso di tale qualifica. Le Regioni si stanno attrezzando per istituire appositi organismi di accreditamento di queste nuove figure professionali.
Solo in Lombardia oggi sono accreditati oltre 9.500 certificatori. La qualifica la si ottiene frequentando appositi corsi di formazione per seguire i quali non è obbligatorio il possesso di una laurea.
Il chimico verde: da diversi anni in Italia si registra un calo di iscrizioni nei settori scientifici come matematica, statistica, chimica e fisica. Ad un giovane che deve ancora scegliere la Facoltà universitaria mi sento di suggerire proprio una di queste discipline perché tra le più richieste dal mondo dell’industria. In particolare quella del chimico, in quanto le competenze di tale figura oggi sono trasversali a moltissime discipline: dal solare, alle bonifiche ambientali, al riciclo dei rifiuti.
Il landfill mining: questo difficile termine sta a significare lo scavo delle discariche per ricavarne materie prime. Forse potrà sembrare un po’ paradossale ma questa potrebbe trasformarsi nel giro di alcuni anni in una delle attività più redditizie al mondo. Le discariche, oggi un problema, in un futuro prossimo, quando la reperibilità delle materie prime diverrà sempre più difficoltosa, potrebbero diventare delle vere e proprie miniere. Senza dubbio già oggi l’attività di riciclo dei materiali crea maggiore occupazione che non il conferimento in discarica o l’incenerimento.
Il risolutore di conflitti ambientali: si tratta senza dubbio di una figura professionale minore, ma la cito con orgoglio visto il rilievo che ne dà questo libro e, soprattutto, perché gli Amici della Terra ne hanno promosso ben 3 corsi formativi a partire dal 2006. L’esperto nella risoluzione dei conflitti ambientali opera nell’ambito della realizzazione di grandi progetti infrastrutturali oppure di bonifiche che coinvolgono un’ estesa parte di territorio e ne gestisce l’opinione pubblica, l’ascolta, parla con i gruppi sociali che di volta in volta entrano in contatto con le aree destinate al progetto. Tale ruolo riconduce anche ad un altro egualmente importante, quello del comunicatore ambientale che sappia poi valorizzare presso le comunità le azioni positive intraprese e realizzate dalle amministrazioni pubbliche.

Senza dubbio allo sviluppo dei green jobs contribuiranno anche alcuni fattori esterni come il nuovo corso USA e quello della Cina e della sua crescente capacità di influenzare i mercati. Non escluderei neppure la recente direttiva europea 20-20-20 che prevede un massiccio ricorso alle rinnovabili entro il 2020. Piaccia o no la green economy indurrà notevoli cambiamenti anche nella nostra economia. Citando sempre i dati di questo libro, oggi si calcola che in Italia siano poco meno di un milione i lavoratori già impiegati nel settore dell’economia verde.
Si prevede divengano 1.500.000 nell’arco di pochi anni.
Siamo alla fine di un anno difficile, quale migliore augurio allora per il 2010 di quello d’intravedere un futuro promettente …

Michele Salvadori


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domenica 20 dicembre 2009

Copenaghen, un fallimento o una speranza?


Dopo due settimane di colloquio si è chiusa ieri la Conferenza sul Clima di Copenaghen.
Con quali risultati? Cerchiamo di analizzarli prima di trarre le dovute conclusioni.
Il documento di chiusura chiamato “Copenhagen Accord” è composto da 3 scarne paginette nelle quali si afferma quanto segue:
• Il Protocollo di Kyoto resta in vigore fino alla sua naturale scadenza nel 2012 per i Paesi che lo avevano sottoscritto ( tra questi non ci sono gli USA);
• Viene sancita un’intesa per mantenere la crescita della temperatura del Pianeta entro i 2 gradi Celsius.
• Le emissioni di CO2 dovranno diminuire e, entro il prossimo mese di gennaio 2010, ognuno dei 193 Paesi partecipanti alla conferenza comunicherà gli obiettivi che intende assumersi in tal senso. L’Unione Europea conferma, per adesso, l’obiettivo che si era già data di diminuire le sue emissioni del 20% entro il 2020. Gli USA promettono di ridurre le loro emissioni del 17% rispetto a quelle del 2005, (ma dovrà essere il Congresso USA a ratificare la decisione finale).
• I Paesi in via di sviluppo, (i più insoddisfatti dagli esiti di Copenaghen), ogni due anni dovranno comunicare i risultati delle loro misurazioni.
• I Paesi ricchi daranno a quelli poveri 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-2012 e poi 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020.
• Saranno introdotti degli incentivi contro la deforestazione.
• I prossimi appuntamenti fissati sono tra sei mesi a Bonn, e tra un anno a Città del Messico.
Tale accordo è riconosciuto ma non avrà valore vincolante per nessuno dei Paesi partecipanti.
Si è subito scatenato un acceso dibattito tra i delusi da questo meeting e quelli che invece si dicono comunque abbastanza soddisfatti. I delusi parlano addirittura di “Flopenaghen” per descrivere la loro sensazione di totale fallimento della conferenza, tra questi molti rappresentanti delle ONG ambientaliste.
Non tutti la pensano però allo stesso modo.
Vediamo di capire che cosa possiamo allora salvare dall’incontro di Copenaghen e cosa no.
E’ indubbio che viste le grandi attese createsi attorno a questo incontro i risultati non possono non deludere. Tuttavia qualcosa da salvare a mio avviso c’è. Intanto la quasi totalità dei Paesi del Mondo si è riunita dando credito alla tesi che il surriscaldamento globale esiste, l’uomo ne è la causa principale e si deve trovare una soluzione al problema. Siamo riusciti a coinvolgere nel progetto gli USA che invece si erano dichiarati fuori dal Protocollo di Kyoto. In sostanza l’accordo rappresenta una promessa di stipularne uno più concreto tra un anno a Città del Messico. E’ però indubbio che l’obiettivo di riduzione ed i tagli alle emissioni previsti sinora siano davvero troppo esigui.
Va rilevato tuttavia il ritorno ad una sorta di ruolo-guida da parte degli Stati Uniti, che pur in fase di declino economico, sono riusciti a coinvolgere nella loro proposta finale l’India, la Cina, il Brasile e il Sudafrica, ovvero alcuni tra i principali paesi economicamente emergenti che probabilmente hanno preferito aderire subito ad impegni minimi piuttosto che tra un anno ad un accordo strettamente vincolante. In tutto questo processo il ruolo dell’Unione Europea, che sembra oggi essere in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, è rimasto purtroppo marginale, così come quello della Russia che ricordo è il quinto Paese al mondo per emissioni prodotte e che, essendo anche tra i principali produttori di gas e petrolio, ha scarso interesse a partecipare a tale accordo.
Tra un anno riusciremo sul serio ad arrivare a qualcosa di più concreto? Non so rispondere.
Probabile che potremo avere le prime risposte a questa domanda basandoci sui nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni che ogni Paese comunicherà entro la fine di gennaio.
Allora, forse, inizieremo a capire qualcosa in merito.

Michele Salvadori

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lunedì 7 dicembre 2009

"La scelta" di Al Gore


Ammettiamolo, gran parte del mondo ambientalista ha sempre guardato con un certo scetticismo all’operato di Al Gore. Eppure, quello che dopo le elezioni presidenziali americane del 2000 appariva come un perdente, ha saputo - cambiando radicalmente strada e dedicandosi interamente alla causa della difesa dell’ambiente - trasformarsi in un uomo di successo fino addirittura a ricevere nel 2007 il Premio Nobel per la Pace.
Personalmente considero come suo principale traguardo la realizzazione del Live Earth, evento mediatico in difesa del clima che è riuscito a coinvolgere milioni di persone in tutto il mondo il 7 luglio del 2007, ancor più del documentario dal titolo “Una scomoda verità”. Tra l’altro Live Earth sarà replicato nell’aprile dell’anno prossimo.
La realtà è che quest’uomo si è saputo reinventare da politico a grande comunicatore a vantaggio della causa ambientale ed in particolare al tema del surriscaldamento globale, al centro della Conferenza sul Clima che proprio oggi prende avvio a Copenaghen riuscendo proprio laddove molte organizzazioni ambientaliste stanno fallendo: egli riesce a trasmettere un messaggio chiaro a tutti. Gore non si rivolge principalmente agli scienziati ma alla gente comune, sforzandosi di spiegare loro con semplicità dove stiamo sbagliando e cosa dobbiamo fare per correggere i nostri errori, consapevole che solo creando una coscienza collettiva sensibile a queste tematiche sarà possibile affrontare e risolvere la crisi ambientale che ci ha colpito.Il libro dal titolo “La scelta”, (Edizioni Rizzoli), da pochi giorni uscito in Italia, conferma, a mio parere, le qualità di grande divulgatore di Al Gore.
Uno degli obiettivi del libro è quello di convincere l’opinione pubblica che la crisi climatica non è un’invenzione degli ambientalisti come purtroppo – secondo Gore - stanno cercando da tempo di fare alcune delle principali compagnie petrolifere del pianeta elargendo sostanziosi contributi economici a chiunque s’inventi uno studio che dimostri l’estraneità delle attività dell’uomo al surriscaldamento globale.
Con l’ausilio di fantastiche schede tecniche il libro riesce a spiegare anche ad un pubblico di non esperti quali siano le principali tecnologie già in possesso dell’uomo che possono, se adottate in tempo, riuscire ad abbattere in maniera consistente la produzione dei gas serra e risolvere la nostra grande sete di energia. Non solo, Al Gore, con straordinaria semplicità ed efficacia riesce a trasmettere il messaggio di come sia possibile risolvere al contempo crisi economica e crisi ambientale, attraverso l’applicazione di queste nuove tecnologie.
“La scelta” è realmente accessibile a chiunque ed in special modo a chi di certe tematiche non ha conoscenza diretta: attraverso una ventina di capitoli monotematici chiunque può facilmente comprendere quali siano le principali cause dell’incremento dell’effetto serra sul pianeta e le ragioni politiche che hanno ritardato o comunque reso difficoltoso il raggiungimento di un accordo tra i paesi della Terra per la risoluzione del problema.
Scorrendo le pagine di questo che considero davvero un bel libro, potrete ad esempio scoprire quali siano le differenze tra l’uso dell’energia termica solare concentrata (CST) e quella fotovoltaica (PV), come sfruttare il vento e come funzioni una turbina eolica, come funzionino i nuovi sistemi geotermici (EGS) e quale potenziale ancora non sfruttato essi possano garantire in futuro, perché alcune tipologie di biocarburanti possano essere prese in seria considerazione a differenza di altre, ( no all’uso del mais e si a quello della canna da zucchero), come l’idea della cattura e sequestro del carbonio possa rappresentare in futuro una possibilità concreta di ridurre le emissioni, perché invece l’opzione del nucleare sia da accantonare, quali vantaggi possano apportare alla causa climatica la proliferazione dei sistemi di agricoltura biologica, e quanta parte possa infine avere la battaglia a favore di una sempre maggiore efficienza energetica.
Ma il libro di Al Gore offre anche dell’altro, dedicandosi, nella sua ultima parte all’avanzamento di serie e concrete proposte politiche, forse non sempre condivisibili, ma che comunque rappresentano la decisa volontà di individuare delle soluzioni al problema.
La veste grafica del libro è splendida. Sulle circa 400 pagine che lo compongono, oltre la metà è rappresentata da spettacolari e talora drammatiche foto, ognuna delle quali personalmente scelta dall’autore ed ognuna delle quali dal forte contenuto mediatico.
Gli unici difetti che ho trovato a questa pubblicazione sono innanzitutto il prezzo ( 35,00 euro), le dimensioni ed il peso (quasi 1,5 kg!) francamente eccessivi, che se la fanno somigliare più a un catalogo di una mostra d’arte che ad un testo divulgativo, di fatto ne rendono un po’ difficoltosa la lettura. Insomma, non è esattamente il genere di libro che uno si può portare dietro e leggere in treno, in autobus o mentre è in coda alla posta!
A parte questo, credo però che chiunque abbia un ruolo di qualche responsabilità nel campo della tutela dell’ambiente dovrebbe provare non solo a leggere ma a studiare questo testo.
Non sarà tempo perduto quello che impiegherà.
Tutti i proventi della vendita de “La scelta” saranno interamente devoluti a “Alleanza per la protezione del clima” un’organizzazione no profit fondata dallo stesso Al Gore nel 2006 allo scopo di cambiare l’atteggiamento della gente verso la crisi climatica, ed il cui sito ufficiale è consultabile all’indirizzo http://www.climateproject.org

Presto, in un settembre sottile,
un continente galleggiante sparisce
nel sole di mezzanotte.

I fiumi risalgono mentre
la febbre si posa su un mare acido
le ossa di Nettuno si dissolvono.

La neve scivola giù dalla montagna
il ghiaccio genera inondazioni per una stagione
arriva veloce una pioggia insistente.

(.......)
Il pastore grida
l’ora della scelta è arrivata
ecco i tuoi strumenti.

(Al Gore, Nashville, Tennessee, 2009)


Michele Salvadori


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lunedì 30 novembre 2009

La Campagna "Sempreverde 2009"


La collaborazione tra Amici della Terra e Obi dura da ormai 4 anni e col tempo si è consolidata.
La campagna “Sempreverde, semprevivo!” giunge quest’anno alla sua terza edizione e l’intento è quello di renderla ogni anno sempre più efficace superando gli obiettivi, anche in termini numerici, raggiunti negli anni precedenti.
Quest’anno il nuovo traguardo è quello di riuscire a superare le 3.500 ripiantumazioni di abeti realizzate nel corso dell’ultima edizione.
Innanzitutto è dunque doveroso da parte nostra ringraziare la Obi per la costanza e l’impegno che sta garantendo a questa per noi importante iniziativa. Per maggiori info vi invito a consultate anche il sito della OBI all’indirizzo: http://www.obi-italia.it/it/company/it/Ambiente_e_sociale/SempreverdeSemprevivo/index.html

Ma se tutto questo sarà possibile sarà anche grazie alla stretta, indispensabile collaborazione offerta dall’Azienda Vivaistica “Bani” che ha sede a Castel San Niccolò e che è da ritenersi il terzo protagonista di questa bella iniziativa.
L’Azienda Bani infatti, oltre a coltivare e mettere in commercio gli abeti, offre ogni anno la disponibilità di un proprio appezzamento di terreno utile alla ripiantumazione degli abeti che altrimenti non sarebbero recuperati e salvati da un triste destino.
Grazie ad una formula ormai consolidata la Obi Italia mette in vendita presso tutti i propri punti commerciali presenti sul territorio italiano abeti in zolla (cioè ancora forniti di radici e terra) al costo di 10,00 euro al pezzo. A tutti coloro che riconsegneranno, assieme al relativo scontrino di acquisto, lo stesso albero in buono stato di salute dopo le festività e comunque entro il 9 gennaio 2010 verrà consegnato un buono acquisto dello stesso valore spendibile presso i centri OBI entro il 31 marzo 2010.L’abete riconsegnato verrà preso “in custodia temporanea” dalla Obi che a sua volta organizzerà la sua spedizione, meglio sarebbe dire, il suo “ritorno al luogo di nascita”, a Castel San Niccolò dove poi verrà ripiantato in un terreno già individuato e destinato allo scopo, all’interno del Vivaio Bani, proprio dietro il controllo e la verifica del procedimento da parte degli Amici della Terra che ne saranno garanti nonché esecutori materiali, almeno nella sua fase di avvio.
Per celebrare degnamente l’iniziativa Domenica 31 Gennaio 2010 gli Amici della Terra organizzeranno una “spedizione” di loro volontari, naturalmente aperta anche a chiunque altro voglia parteciparvi ed in particolar modo rivolta alle giovani famiglie con bambini.
I bambini infatti vorremmo fossero i principali artefici e protagonisti dell’iniziativa sia perché è a loro che in primis si rivolgono le nostre attenzioni in quanto è soprattutto agli adulti di domani che ci auguriamo di trasmettere un messaggio che vada nella direzione di un sempre maggior rispetto della natura e dell’ambiente più in generale, e perché da sempre il Natale, di cui l’abete assieme al presepe è uno dei due principali simboli, è la festa per eccellenza dei bambini.
Ma la giornata, oltre ad essere un’occasione per tutti per trascorrere qualche ora all’aperto e in un ambiente incontaminato come quello delle foreste del Casentino, offrirà anche agli adulti alcuni spunti interessanti come quello di poter conoscere le varie specie di abeti presenti e coltivati sul nostro territorio: dall’abete rosso a quello bianco, dall’abete normandiano (probabilmente il più bello) a quello del Caucaso, ognuno con caratteristiche e modalità di coltivazione diverse.
Sapevate ad esempio che un abete di circa 1 metro e mezzo, (l’altezza media degli abeti messi in vendita), attraverso un lungo e faticoso percorso, impiega circa 10 anni per raggiungere quell’altezza?Ogni anno assistiamo puntualmente allo scempio di queste piante che prima vengono maltrattate in casa dove sono costrette ad adattarsi a temperature in media di circa 22-24 °C, cioè decisamente superiori a quelle del loro habitat naturale in questo periodo dell’anno, per poi essere spesso abbandonate, subito dopo le feste, di fianco ad un cassonetto perché in casa non lo vogliamo più, non ci serve più.
Ecco, l’augurio finale è proprio quello di riuscire con questa iniziativa a trasmettere un messaggio diverso che ispiri in tutti noi ( e in questo caso soprattutto negli adulti, perché poi è agli adulti che i figli guardano in cerca di un esempio), un maggior senso di responsabilità e consapevolezza che l’uomo ha, deve avere sempre più, nei confronti dell’ambiente tutto.

La partecipazione alla giornata del 31 gennaio è assolutamente gratuita e non prevede alcun costo per i partecipanti. Abbiamo, tra l’altro, pensato di renderla ancor più interessante offrendo la possibilità di effettuare una visita guidata alla Rocca del Castello di San Niccolò.
Il pranzo sarà invece offerto a tutti i partecipanti dall’Azienda Bani.

Per avere in dettaglio il programma della giornata, chiedere ulteriori informazioni e/o prenotarvi, potrete consultare il seguente indirizzo: http://www.amicidellaterra.it/adt/index.php?option=com_content&task=view&id=685&Itemid=1

oppure contattare l’associazione Amici della Terra di Firenze sia via telefono allo 055/2207304, sia per e-mail all’indirizzo: info@amicidellaterra.org

Rammento in conclusione che la partecipazione all’evento finale, causa numero di posti limitati, è vincolata all’obbligo di prenotazione fino ad esaurimento posti.

Michele Salvadori
Presidente
Amici della Terra Firenze Onlus

sabato 28 novembre 2009

La Slow Economy e il "Sinocentrismo" di F. Rampini


Il nuovo libro di Federico Rampini, dal titolo “Slow Economy – Rinascere con saggezza” ( Ediz. Mondadori, Euro 17,00) propone la tesi secondo cui il mondo si sta avviando in direzione di un modello economico “sinocentrico”. Sarà la Cina il futuro Paese leader dell’economia mondiale? Probabilmente.
Rampini, da profondo conoscitore sia del mondo asiatico, ( è autore tra l’altro di un altro bel libro “L’impero di Cindia” con il quale 2 anni fa aveva analizzato le ragioni della grande crescita economica che si stava sviluppando in Asia, in paesi come la Cina e l’India), che di quello statunitense, raffronta questi 2 mondi apparentemente così diversi e lontani e che ora per una disparità di ragioni sono costretti a convivere a stretto contatto e a confrontarsi tra loro, prefigurando una sorta di passaggio di consegne tra i due con l’Europa relegata in un ruolo marginale.
Nello scontro tra questi due mondi la Cina, secondo Rampini, è destinata a vincere e l’attuale crisi costituisce in realtà un grande vantaggio per un popolo come quello asiatico che da sempre ha fatto della frugalità un modo di vivere anche tra i suoi ceti sociali più abbienti.
Come metafora della sua teoria Rampini utilizza proprio il risciò, salito recentissimamente alla ribalta anche delle nostre locali cronache fiorentine. Da qualche anno anche New York sembra aver adottato questo veicolo come mezzo di trasporto ed è innegabile che esso sia innanzitutto il prodotto di un mercato del lavoro stremato dalla recessione. In Asia queste carrozzine, trainate da un uomo a piedi o che pedala su una bicicletta, sono un elemento fisso del paesaggio urbano da oltre due secoli. Eppure oggi questo mezzo di trasporto può rappresentare una valida risposta non solo alla crisi economica ma anche all’inquinamento ambientale che assedia le nostre città: “Nella giungla d’asfalto, - scrive Rampini – il risciò supera le auto, s’infila in mezzo alle corsie, prende le scorciatoie. Emissioni di CO2: zero. Inquinamento acustico: zero, … E’ un esempio fra tanti di “consumo frugale” che ci viene dall’Asia.”Ma il libro cita tanti altri esempi di confronto che non coinvolgono solo il rapporto USA-Cina ma valgono perfettamente anche per noi europei. Ne cito solo alcuni:
- Le saponette; quando stiamo per terminarle, noi in genere le gettiamo via: le donne cinesi invece le mettono da parte e poi quando ne hanno raccolto un numero sufficiente ci fabbricano un nuovo sapone impastandole tra loro.
- Lavaggio dei piatti; in pochi tra i cinesi, usano la lavastoviglie; la considerano uno strumento troppo dispendioso; in tanti ricorrono per il detersivo alla soda Solvay che costa assai meno.
- Fare la doccia; l’acqua sporca della doccia non viene gettata via nello scarico. La si raccoglie in una tinozza e poi la si utilizza per lavare i pavimenti di casa.
- Acqua di cottura del riso ( per noi della pasta); la usano, una volta raffreddata, per innaffiare le piante.
- Lo yogurt scaduto; non viene gettato via. Lo usano come lievito per fare la pasta, (pare che abbia le stesse qualità del nostro lievito di birra).
- G.A.S. per acquisto elettrodomestici; da noi in genere i Gruppi solidali d’acquisto sorgono per gli acquisti dei generi alimentari. In Cina sono più avanti anche in questo. Da loro, quando in casa si decide di cambiare un elettrodomestico si fa il giro tra amici e parenti per trovare altre persone interessate allo stesso genere di acquisto. Dopodichè si va tutti assieme al centro commerciale dove si riesce a strappare un prezzo migliore grazie al potere d’acquisto collettivo.
A causa della crisi, da qualche tempo, esempi analoghi di frugalità si possono iniziare a trovare anche in California ed in città come San Francisco dove inizia a passare l'idea che il modello di vita ideale sia quello di ritirarsi in campagna ad allevare animali e coltivare frutta e verdura.
Certo, il segreto del successo dell’economia cinese non è solo legato a questo aspetto.
Ho trovato particolarmente interessante l’analisi che Rampini fa di quello che lui definisce “capitalismo egoista” che crea un effetto ansiogeno e psicologicamente distruttivo per l’enfasi che pone sulla produttività e il conseguente stress da competizione.
Nella società del Grande Fratello molti di noi hanno come unico obiettivo il divenire ricchi e famosi. Perché solo il traguardo della notorietà e della ricchezza equivale all’essere vincenti. Purtroppo tutto questo lo sperimento anche io quotidianamente. In una scuola di Firenze, al termine della proiezione del docu-film “Non buttarti via” sul tema della riduzione della produzione dei rifiuti domestici, e nel quale anche io appaio per qualche secondo in una scena, uno studente che mi aveva riconosciuto nel filmato mi ha avvicinato dicendomi: “Beato lei! Intanto almeno è riuscito a fare la comparsa in un film!”
Ecco, secondo Rampini - e io condivido pienamente la sua tesi - alle radici della nostra crisi economica e ambientale, c’è anche una profonda crisi dei valori e da questa non è certo esente da responsabilità proprio il nostro modello di sviluppo economico ancora troppo spesso autoreferenziale, quasi esente da spirito di autocritica e privo di quell’umiltà indispensabile alla crescita.
Naturalmente come si dice, “non è tutto oro quello che luccica”. La Cina è anche un paese dove si applica un pesante sfruttamento della manodopera, dove esistono censura e repressione e dove vengono perpetrati gravissimi danni ambientali. Da quello arcinoto della Diga delle Tre Gole al più recente ed attuale sciagurato progetto che prevede la costruzione di ben 13 dighe lungo il percorso del Fiume d’oro nella regione dello Yunnan, uno degli ultimi paradisi del nostro pianeta, che causerà la migrazione forzata di centinaia di migliaia di abitanti a causa dell’allagamento di intere vallate, e contro il quale si sono già mosse da tempo tutte le principali organizzazioni ambientaliste. Ma la Cina, facendosi forte della propria posizione nei confronti del resto del mondo, per adesso andrà avanti per la propria strada, ci piaccia o no, anche perché essa è ufficialmente ancora un paese in via di sviluppo. I dati la confortano: in Cina, ad esempio, oggi ci sono solo 12 automobili ogni mille abitanti a fronte delle 480 degli Stati Uniti. Quando Cina e India sostengono che l’Occidente ha prima saccheggiato selvaggiamente le risorse naturali del pianeta per poi mettersi a predicare l’ambientalismo e l’austerità ai paesi più poveri, hanno ragione. Ma non c’è dubbio che l’impatto cinese sul consumo delle risorse rischia di essere devastante se non riusciremo a convincerli che è necessario, nell’interesse di tutti, che anche loro cambino modello di sviluppo.
Per farlo, conclude Rampini, è indispensabile superare quelle barriere di pregiudizio che da sempre ci separano dai cinesi e dal loro mondo, sforzarsi di comprendere una filosofia di pensiero spesso distante dalla nostra eppure in taluni casi efficace.

Abbiamo atteso due secoli per apprezzare i risciò, forse è il caso, come occidentali, di darsi una mossa per comprendere meglio anche il resto.

Michele Salvadori

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domenica 22 novembre 2009

Lo scenario che aprirà la Conferenza di Copenaghen


Provo a ricapitolare la situazione che ci attende all’apertura della Conferenza di Copenaghen nel prossimo mese di dicembre.
Nel 1997 nasce il trattato internazionale noto come “Protocollo di Kyoto” sul riscaldamento globale. L’obiettivo che questo trattato si pone è quello di ridurre a livello mondiale la produzione di gas serra del 5% nel periodo 2008-2012.
Nel 2002 i Paesi dell’Unione Europea si impegnano a ridurre la loro produzione di gas serra dell’8% entro il 2012.
Nel 2005 entra in vigore il Protocollo di Kyoto, frattanto ratificato anche dalla Russia.
Nel 2007 gli USA annunciano che non sottoscriveranno l’impegno di Kyoto.
In uno studio dal titolo “Clima: è vera emergenza” (Brioschi Editore) l’economista Nicholas Stern, della London School of Economics, già capo economista della Banca Mondiale, afferma che l’impatto del carbonio sull’atmosfera sembra peggiore di quello stimato fino a solo due o tre anni fa. Oggi le probabilità che le temperature medie della Terra aumentino di 5 gradi entro il 2050 sono del 50%. L’ultima volta che la Terra è stata così calda fu nell’Eocene. Se questo dovesse verificarsi sarebbero pressoché inevitabili la distruzione di una grossa fetta della superficie arabile del mondo e il conseguente inizio di migrazioni da parte di centinaia di milioni di persone.
A parere dello scienziato inglese l’incontro di Copenaghen di dicembre può trasformarsi nell’incontro internazionale più importante dalla fine della seconda guerra mondiale.
I Paesi sviluppati, dove vive circa un abitante della Terra ogni sei (sarà uno su dieci nel 2050) da soli rappresentano attualmente il 70% delle emissioni accumulate dal 1950 ad oggi. In futuro però la maggior parte delle emissioni verrà dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo che tuttavia obiettano che i responsabili fino ad oggi dell’effetto serra sono i Paesi industrializzati e pertanto è giusto che siano questi a doverne sostenere i costi in base al vecchio principio del “chi inquina paga” ed aggiungono che avendo bisogno di uscire dalla soglia di povertà al momento per loro è impossibile rinunciare a bruciare combustibili fossili o a tagliare le foreste salvo ottenere aiuti economici da parte proprio dei Paesi più industrializzati.
Attualmente i due Paesi responsabili della maggior produzione di emissioni di CO2 sono Cina e Stati Uniti ( da soli ne producono quasi la metà delle complessive), e molto dipenderà dunque anche dalle strategie che questi ultimi adotteranno e che però, in un periodo di recessione come quello che stiamo affrontando non nascondono le loro grosse perplessità in merito a possibili riduzioni delle emissioni di CO2.
In particolare gli USA temono che adeguandosi alle scelte degli altri paesi industrializzati alla fine possano offrire grossi vantaggi economici a India e Cina.
Intanto l’Unione Europea, che si era già data i seguenti obiettivi entro il 2020:
- 20% di Energia Rinnovabile
- 30% di riduzione delle emissioni di gas serra ( se gli USA faranno lo stesso altrimenti si fermeranno al 20%)
- 20% l’aumento dell’efficienza energetica
nello scorso mese di ottobre ha raggiunto un nuovo accordo che prevede entro il 2050 un’ulteriore riduzione delle proprie emissioni pari al 80-95% rispetto a quelle prodotte nel 1990.
In questo contesto l’Italia, avendo esaurito il tetto assegnatole dal Protocollo di Kyoto, per aprire nuovi impianti energetici dovrebbe pagare un miliardo di euro. “Questi soldi - ha osservato il nostro Ministro per l’Ambiente Prestigiacomo - paradossalmente andrebbero a Paesi come la Polonia che sono meno virtuosi di noi”.
Insomma, lo scenario che aprirà l’incontro di Copenaghen, appare estremamente complesso.
Il problema principale è che l’atmosfera terrestre non consente di seguire i tempi e le abituali regole del compromesso politico ed un ulteriore rinvio di certe scelte potrebbe risultare davvero pericoloso.
Già oggi un innalzamento di un solo grado della temperatura ed il conseguente ulteriore scioglimento delle calotte polari causerebbe un gravissimo danno per le terre coltivabili del Bangladesh e negli altri Paesi situati al livello del mare.

Michele Salvadori

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mercoledì 21 ottobre 2009

Gaia o Medea, quale futuro per la Terra?


In vista della Conferenza sul clima che si terrà il prossimo Dicembre a Copenhagen, dalla quale è lecito attendersi alcune decisioni importanti in tema di salvaguardia del pianeta, ho pensato di realizzare una sorta di percorso di avvicinamento all'evento a tappe che affrontino le principali tematiche ad esso correlate. In questa ottica ho pensato di avviare il discorso ponendo l'attenzione sulle due principali teorie che predicono quale futuro attenda la Terra ed i suoi abitanti e che tra l'altro sembrano divergere decisamente l’una dall’altra.
La teoria di Gaia, che prende il nome dall’antica dea greca della Terra, madre e protettrice di tutte le forme viventi, sostiene che il nostro pianeta, nonostante tutti i danni causatigli dall’uomo, sia comunque in grado di autoregolarsi ed evolvere in modo da garantire il benessere dei suoi abitanti.
La teoria di Medea, che prende invece nome dal personaggio mitologico di Medea, appunto, moglie di Giasone e celebre per aver assassinato i propri figli, sostiene al contrario che il sistema evolutivo del pianeta sia destinato inevitabilmente a concludersi con l’estinzione della vita dei suoi abitanti.
In sostanza Gaia vede la terra come “mater benigna” e Medea invece la inquadra come matrigna impietosa ed inospitale.
Le due teorie in realtà sono molto più complesse e tentare di spiegarle in dettaglio comporterebbe un discorso assai più lungo.
La teoria di Gaia non è recente. Essa risale addirittura al 1979 e fu formulata dalla scienziato britannico James Lovelock, secondo il quale è la vita stessa a regolare l’atmosfera e il clima della Terra in modo da renderla abitabile attraverso dei meccanismi di autoregolazione delle sue variabili principali: temperatura, ossigeno, acidità, ecc.
A questa teoria, tutto sommato piuttosto rassicurante, ha scelto di opporsi lo scienziato americano Peter Ward che ha inteso dimostrare come, dati delle temperature terrestri alla mano, in realtà quella proposta da Lovelock sia un bella favoletta e che invece il saliscendi delle temperature registrate sul pianeta nel corso dei millenni sia da imputarsi all’evoluzione di nuove specie di vita.
Negli ultimi 565 milioni di anni, ovvero dall’inizio dell’evoluzione degli animali sulla Terra, si sono registrate ben 15 estinzioni di massa e 10 estinzioni di portata minore tutte causate non da eventi esterni ( come ad esempio la caduta di un grosso meteorite sul pianeta), ma bensì dalla comparsa e successiva evoluzione di nuove specie viventi che, scavandosi un loro spazio nell’ecosistema comunque limitato del pianeta, hanno finito inevitabilmente per cancellare le specie preesistenti e di fatto incompatibili con le nuove arrivate.
Avete presente i nuovi coloni americani che hanno di fatto eliminato progressivamente le tribù indiane in America? Ecco, qualcosa del genere.
In sintesi Ward, con la sua teoria di Medea, sostiene che la vita sembra perseguire attivamente la propria fine, portando la Terra sempre più velocemente al giorno inevitabile in cui ritornerà al suo stato originale: sterile.
Sempre secondo Ward il processo di autodistruzione è già iniziato: la concentrazione di CO2 presente in atmosfera progressivamente diminuirà fino a scomparire, così impedendo di fatto la fotosintesi e tutto il ciclo vitale ad essa correlato.
C’è comunque una buona notizia: il processo, seppur iniziato dovrebbe completarsi entro 500 milioni di anni …Insomma ci rimane ancora un po’ di tempo per un film e un buon libro!

Michele Salvadori

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venerdì 9 ottobre 2009

L' eco-diamante di Pratolino


S’inaugura, Sabato 17 ottobre, nel Parco di Villa Demidoff a Pratolino, il progetto “Diamante”. Si tratta di una struttura che pesa 30 tonnellate, è alta 12 metri e ha un diametro di 8, tutta in vetro e acciaio, in grado di produrre energia coniugando per la prima volta tecnologia fotovoltaica e idrogeno. Il progetto, di natura sperimentale, è stato realizzato dall’Enel in collaborazione con l’Università di Pisa. L’obiettivo è quello di produrre elettricità “pulita” attraverso 38 pannelli fotovoltaici e poi conservarla sotto forma di idrogeno all’interno di 3 sfere che fungeranno da serbatoi di accumulo e posizionate all’interno dei pannelli.

L’impianto avrà una potenza di 11 Kilowatt e fornirà energia al Parco di Pratolino. Tra le altre cose, l’energia accumulata dal Diamante dovrebbe fornire alimentazione alle bici elettriche che saranno messe a disposizione dei visitatori del parco.
Per la prima volta sarà possibile dunque utilizzare l’energia elettrica prodotta dai pannelli durante il giorno anche nelle ore notturne, quando invece occorre tornare all’utilizzo della rete dato che i pannelli fotovoltaici, mancando le radiazioni solari non sono in grado di produrre energia.
La tecnologia sperimentale applicata in questo progetto è, oggi, senza dubbio estremamente costosa.
Tuttavia è lodevole il tentativo che col tempo e grazie alle continue sperimentazioni potrebbe produrre impianti sempre meno onerosi.(Per conoscerne meglio i dettagli funzionali, clicca con il mouse sugli schemi "giorno" e "notte").

L’impianto resterà di proprietà di Enel che però cederà gratuitamente l’energia da questo prodotta per gli utilizzi del Parco di Pratolino.

Michele Salvadori

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giovedì 24 settembre 2009

"Confessioni di un eco-peccatore" di Fred Pearce


Sapevate che per fabbricare una fede nuziale di pochi grammi d’oro in media occorrono 2 tonnellate di roccia scavate ad alcuni chilometri di profondità e 5 tonnellate d’acqua?
E che un terzo dei prodotti in vendita nei nostri supermercati contiene olio di palma per la cui fabbricazione vengono distrutte le foreste?
Sapevate che è la produzione del cotone ad aver causato la scomparsa del Lago d’Aral, un tempo il 4° lago al mondo per grandezza?
Ecco solo alcune delle informazioni che potrete scoprire leggendo “Confessioni di un eco-peccatore” di Fred Pearce,(Edizioni Ambiente Euro 22,00).
A dispetto del titolo il libro non solo è interessante ma presenta un’indagine ad ampio raggio e documentata in maniera rigorosa, sull’origine ed il destino di tutti i prodotti di uso comune e quotidiano di cui oggi non possiamo (sembra) fare a meno per vivere.
Pearce è un giornalista inglese che lavora come consulente ambientale del “New Scientist”. Ha impiegato alcuni anni a visitare i posti più disparati del nostro pianeta al fine di conoscere da dove vengono, chi li ha fatti e con quali costi per l’ambiente, i prodotti che usiamo tutti i giorni.
L’indagine parte delle miniere d’oro del Sud Africa, per proseguire nelle foreste pluviali dell’Indonesia, dall’Australia all’Uzbekistan affrontando tutte le tematiche che concernono i nostri consumi quotidiani: il cibo, gli abiti, l’informatica, i consumi energetici, i rifiuti.
In queste pagine scopriamo ad esempio che la banana, uno dei frutti più mangiati al mondo, essendo un mutante sterile e privo di semi e universalmente coltivato in un’unica varietà in America, Asia e Africa,( la "Cavendish"), è seriamente minacciata da insetti e malattie infettive che potrebbero causarne l’estinzione.
Non ci credete? E’ già accaduto negli anni ’50 quando la varietà di banana che consumavamo non era l’attuale bensì quella chiamata "Gros Michel", a detta degli esperti più ricca e più dolce di quella odierna. Essa risultò purtroppo vulnerabile ad un fungo che ne causò la scomparsa definitiva.
E ancora: il processo di produzione dell’alluminio è uno dei più dispendiosi in termini energetici ed in termini di emissioni di anidride carbonica in atmosfera.
Nel mondo vengono prodotte circa 250 miliardi di lattine all’anno! Pearce, (che cita più volte nel libro gli studi dei Friends of the Earth) percorre tutto il viaggio per scoprire le fasi di produzione di una lattina partendo dalla regione del Queensland (Australia) dove una delle più importanti compagnie minerarie al mondo, la Rio Tinto, estrae la bauxite che poi viene trasportata a Gladstone dove viene raffinata ad ossido di alluminio. La produzione dell’alluminio ha un’impronta ecologica sconfinata. Vi cito un unico dato: la produzione di una singola lattina comporta l’emissione di 260 grammi di CO2 ovvero una quantità di gas sufficiente a riempire 300 lattine!
L’ultima parte del libro è dedicata alle possibili alternative, ovvero alle possibilità che secondo Pearce l’uomo ha ancora di salvare il pianeta e se stesso, a patto che si decida a cambiare subito rotta. Così impariamo l'importanza del riciclo: da quella del recupero dell'alluminio la cui reimmissione sul mercato può comportare un risparmio energetico fino a 3/4 del costo di produzione dell'alluminio vergine, all'esempio della Tanzania dove c'è un commercio fertilissimo basato sul recupero degli abiti occidentali usati, per arrivare a Nairobi dove la "Computers for Schools Kenya" ricicla i vecchi computer dall'Europa e dall'America del Nord regalandoli poi alle scuole del Paese. Pearce ci offre infine un quadro di esempi virtuosi da imitare e già adottati da varie città del mondo: dallo sviluppo della cosiddetta "agricoltura urbana" di Valencia, al sistema di raffreddamento degli edifici realizzato a Toronto sfruttando le acque del Lago Ontario, ai camion della spazzatura di San Diego alimentati col metano prodotto nelle discariche, e tanto altro ancora.
Se la parte dedicata al lavoro di ricerca documentato è ineccepibibile, certo non tutte le opinioni personali del giornalista inglese sono condivisibili: come giustamente osserva nella prefazione al libro il metereologo Luca Mercalli, ha poco senso sostenere l’acquisto dei fagiolini prodotti in Kenia ed esportati nei principali Paesi europei in nome del commercio equo-solidale, molto meglio scegliere di acquistare prodotti di stagione locali. Ma a parte qualche conclusione forse un po' affrettata il libro è davvero interessante e utile per chi voglia avere un quadro esaustivo dei processi produttivi e dei loro impatti sul pianeta. Credo che potrebbe essere tranquillamente adottato dagli insegnanti nelle scuole e soprattutto lo ritengo utile a quel processo di acquisizione di consapevolezza e senso di responsabilità che ci siamo posti quale obiettivo primario.
Nel divertente ultimo film di W. Allen il protagonista, (favorevole tra le altre cose all'estensione della pena capitale a tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi dei loro animali!), sostiene che la specie umana è ormai composta solo da individui perdenti, egoisti e vigliacchi e che pertanto essa è irrimediabilmente condannata all'estinzione. Magari attraverso letture edificanti come questa potremmo provare a concedere un briciolo di speranza in più alle nuove generazioni...

Michele Salvadori

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giovedì 10 settembre 2009

"La Firenze che vorrei " di Giovanni Rodella

In previsione della giornata dedicata a Firenze e promossa dalla nuova Giunta Comunale, ricevo e volentieri pubblico una lettera di Giovanni Rodella, attivista degli Amici della Terra dal lontano 1998.
Giovanni, di professione fotografo, ci ha gentilmente concesso alcune sue foto, che pubblichiamo a corredo dell'articolo, scattate in città e che purtroppo evidenziano quanto egli sottolinea.

"Caro Michele,
sono contento dell' iniziativa "Manda un bacione a Firenze" portata avanti dall' attuale sindaco, che mi permette di fare alcune considerazioni. La prima è, secondo me, risvegliare in noi quel "senso civico" oramai sopito dalle innumerevoli dimenticanze delle precedenti amministrazioni: una fra tutte il coinvolgimento dei cittadini, quelli insomma che vorrebbero una città, (la nostra) piu' vivibile e che si batterebbero sinceramente contro il degrado ora piu' evidente di qualche anno fa, tanto da farci sentire impotenti di fronte al lassismo imperante, spesso dovuto alla non considerazione di quelle poche forze che avevano un barlume di iniziative "del fare"!
Tu sai meglio di me, dei tentativi di farci promotori, quando dieci anni fa iniziammo con l' allora Assessore all' Ambiente Sergio Paderi con l'attuazione della "Vigilanza Ambientale" nelle piazze fiorentine, nei giardini, per il "Forte Belvedere" per la "Loggia dei Lanzi" e per le Aree Veri dei Consigli di Quartiere.
Avevamo certo poca esperienza, allora, ma volevamo iniziare un altro percorso che voleva dire: "uscire" anche dai quei luoghi a noi deputati alla vigilanza, per vedere di documentare e non certo per risolvere le problematiche lungo le strade, i marciapiedi, quei percorsi connessi alla mobilita' leggera (i pedoni e le biciclette). La nostra associazione ed in primis la Vigilanza Ambientale intendeva fare solo delle "segnalazioni" alle autorità, sopratutto alla Polizia Municipale, che inizialmente abbiamo trovato disponibili, ( ricordo il distaccamento di Porta Romana) con puntuali accertamenti di motorini abbandonati, residui ferrosi di bici abbandonate, sia nelle rastrelliere che sui marciapiedi, buche nella pavimentazione o asfalto mancante, piccioni morti, fontane sporche, deiezioni canine e non, aiuole calpestate dai bivacchi vari, segnali stradali rovinati o non piu' leggibili etc...
Purtroppo tutto questo duro' poco... Forse davamo fastidio a qualcuno o hanno pensato che ci si arrogava il diritto di fare servizi che comunemente venivano delegati ai Vigili Urbani, o troppe erano quelle "segnalazioni" che il comune non poteva sostenere? E' così ci venne tolta anche quella sede storica che era per noi un punto di osservazione molto importante in piazza S. Spirito in quel comando dei vigili datoci in comodato d'uso. Quando arrivai a Firenze nell' 85 da Mantova, mi sembrava tutto bello; i palazzi, le chiese le strade antiche, dicevo a tutti: una città a misura d' uomo. Avevo scelto questa citta', non per il lavoro (benchè ne possedessi uno) e nemmeno per amore di qualcuno.
Ero stregato dalla sua luce dai colori del suo paesaggio, delle sue colline e...anche dal senso di libertà che una vita da single mi poteva regalare.
Alcune volte, durante l' anno veniva a trovarmi mia madre e ricordo che con lei andavamo a visitare musei, chiese e poi passeggiate per le vecchie stradine del centro. Ed io che invitandola ad osservare tutto ciò che per me era "il bello" una volta mi disse: "Ma se guardo per aria non vedo dove metto i piedi!" A debita distanza di tempo mi sono reso conto (ora che mia madre è scomparsa e anch'io ho qualche anno in piu'), della difficoltà di camminare su strade o marciapiedi sconnessi...e di girotondi e gimkane tra una bici allucchettata sui (già) stretti marciapiedi o i motorini sulle strisce pedonali. E se vai in bici non puoi che andare controsenso poichè il "senso giusto" lo dà solo il mezzo motorizzato, come se andare in bici in centro fosse per qualcuno uno sport per perditempo che non hanno niente da fare. Un ciclista deve stare attento a una miriade di dettagli inclusi i pullman di turisti che con aria persa se la prendono sempre molto comoda. Da tanto tempo oramai non mi godo piu' questa città, cerco di uscire di casa il meno possibile... Che peccato! Pensavo che negli anni qualcosa sarebbe migliorata e invece oggi sono proprio quelle "piccole cose" che contribuiscono a migliorare la qualità della vita, che fanno sentire chi abita nel centro storico una persona "fortunata" che sono venute a mancare.
Con te Michele di queste cose ne abbiamo parlato tante volte, ma ora vorrei esprimere ancora una volta fiducia a questa nuova Giunta, perchè la speranza e l'unica cosa che mi rimane. Credo che tanti fiorentini abbiano lasciato il centro storico per rifarsi una casa altrove, oltre i viali o in altre periferie metropolitane, per i motivi qui sopra descritti, perchè hanno capito che si vive meglio un po' fuori dal centro e per interesse ( le case in centro costano troppo!). Oggi il centro è abitato prevalentemente da un pout pourry di varia umanità che sfrutta Firenze per i propri fini, ma che spesso non la ama. Questo lo possiamo facilmente riscontrare osservando dai portoni, ai bandoni, ai marciapiedi delle abitazioni spesso sporchi e da cui si ricava solo un senso di abbandono. Lo constatiamo dall’ uso scorretto dei cassonetti dove vengono inseriti rifiuti non compatibili, alla maleducazione dei frequentatori dei locali notturni che poi fino all' alba non ti fanno dormire, perchè usciti da questi, continuano a parlare ad alta voce come se i decibel della musica fossero ancora lì presenti, per non parlare degli effetti che fa l' alcool, urinando dove capita, lasciando ovunque sporcizia. I tempi, lo sappiamo, sono cambiati ed è giusto perseguire la moda: avere il suv o la moto di grande cilindrata che sfreccia di notte nelle strade fiorentine, giusto perchè è sopratutto importante "mostrare" e "possedere" piu' che apprezzare il mondo che ci circonda.
Te ne accorgi da questo turismo "mordi e fuggi" dove a nessuno viene impedito di portare a casa dei souvenir; quando vedo della "paccottiglia"o quei brutti poster, che fanno da tappeto nel centro storico, dove quasi nessuna immagine riguarda Firenze, mi sento sconfitto dalla cultura del cattivo gusto. Ad osservare i turisti che scattano foto senza guardare prima, (perchè tanto poi se le vedranno sul pc a casa), mi sembra che si sia perso il senso emozionale di ammirare per conoscere.
E, a seguito del tuo post sulla questione "ronde" sul tuo blog:http://chepianetafaremo.blogspot.com/2009/07/tra-ronde-e-intendenti.html, sono d' accordo che si possa, si debba reagire, contro una forma di reazione che riconosciamo come strumentale ad un controllo piu' poliziesco (vedi il nome) con una forma di vigilanza ambientale come l' avevamo intesa noi per prima alla fine degli anni novanta e che mi ricorda gli "Hells Angels" di Milano dove anche le " diversità " e le minoranze ( come immigrati o omosessuali) vengono considerate parte di questi gruppi di impegno solidale. Ecco, è da queste basi anche antidiscriminatorie che vorrei partire per cercare di trasformare Firenze di nuovo in una città vivibile".
Con affetto,
Giovanni Rodella
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giovedì 3 settembre 2009

Effecorta, un punto vendita di tutti prodotti alla spina


La zona non poteva che essere quella: Capannori, il primo Comune in Toscana ad aver raggiunto e nel 2008 superato la considerevole quota del 60% di raccolta differenziata e dove ormai da tempo si pratica per la raccolta dei rifiuti domestici il sistema detto “Porta a Porta”.
La lungimirante amministrazione di questo centro in Provincia di Lucca si è data come obiettivo quello di divenire entro il 2020 un “comune a rifiuti zero” ed è anche in questa ottica che nasce l’iniziativa Effecorta.

Si tratta del primo negozio in Toscana e tra i primi del genere in Italia che commercializza esclusivamente prodotti alla spina: vino, olio, birra, cereali di ogni tipo, oltre a detersivi e prodotti freschi come formaggi e latticini. Già ora sono in vendita oltre 100 diversi prodotti alla spina. Ma non solo.
Come ci ha gentilmente spiegato Pietro Angelini, uno dei sei soci fondatori della cooperativa a capo di questa bella iniziativa imprenditoriale: “Tutti i prodotti acquistabili da noi provengono da filiera corta, ovvero da aziende che li producono a non più di 70 km di distanza da Capannori.”
“Tra gli obiettivi che ci siamo prefissati c’è inoltre quello – continua Angelini- di poter offrire ai nostri clienti la possibilità di acquistare un prodotto nelle quantità che necessitano davvero ad ogni singola famiglia e non a quelle che spesso ci impongono il mercato e la grande distribuzione e per giunta riutilizzando sempre i medesimi contenitori”.

Secondo un indagine di Federconsumatori, scegliendo i prodotti alla spina anziché confezionati, una famiglia media italiana può risparmiare oltre 700,00 euro all’anno.
Inutile sottolineare poi come questo tipo di spesa, eliminando scatole, bottiglie, e in generale la gran parte degli imballaggi, non solo è conveniente economicamente ma evita la produzione di una buona fetta dei nostri rifiuti domestici e dunque inquina anche di meno.

In prospettiva futura i creatori di Effecorta vorrebbero riuscire ad aprire una serie di nuovi punti vendita del genere in Toscana e l’augurio che faccio loro è quello che realmente possano farcela.
Presso il punto Effecorta che si trova in Viale Europa, 224 loc. Marlia (Capannori – Lucca) è stato attivato anche uno Sportello Ambiente dove sarà possibile ottenere tutte le informazioni utili sulle nuove tecnologie sostenibili, dall’installazione dei pannelli fotovoltaici alle agevolazioni fiscali in materia.

Per maggiori info visita il sito all'indirizzo:http://www.effecorta.it

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giovedì 27 agosto 2009

Oslo: bus a biometano da rifiuti solidi umani


La chiave per l’energia pulita? Può passare anche dalla nostra pupù …
E’ quanto si appresta a fare in Norvegia la città di Oslo.
Oslo, che mira infatti a divenire una delle capitali ambientalmente più sostenibili del mondo, ( obiettivo: emissioni zero entro il 2050), ha deciso di seguire la strada della produzione del biometano partendo dai suoi due impianti di trattamento delle acque scure per poi utilizzarlo come carburante per 80 dei suoi autobus municipali.
Il biometano è un biogas ricavato attraverso un processo di raffinazione che lo porta ad avere una percentuale di circa il 95% di purezza, tale da consentirgli di essere utilizzato come combustibile per veicoli a motore.
Anche una comune discarica di rifiuti urbani normalmente produce biometano. La sola differenza è che in quel caso la sua percentuale si aggira attorno al 45%, troppo bassa per essere utilizzata come combustibile per veicoli, ma comunque sufficiente per essere bruciata per produrre calore o energia elettrica. Nel nostro caso invece l’elevata percentuale del biogas è raggiunta grazie a un processo controllato in assenza di ossigeno e che per questo viene definito di Digestione anaerobica.
Una serie di microrganismi decompongono ogni residuo organico (rifiuti umani, scarti della cucina, scarti verdi, residui dei mattatoi, ecc.) producendo appunto CH4, ovvero il Metano.
Approntare una struttura produttiva come questa non è ancora, ad oggi, molto economico. Tuttavia, conti alla mano, il prodotto ottenuto dovrebbe venire a costare circa 40 centesimi di euro per litro in meno rispetto al costo di un litro di gasolio, (0,75 euro per il biometano contro i circa 1,15 euro attuale prezzo di un litro di gasolio in Norvegia).
I vantaggi immediati saranno i seguenti:
- saranno intercettate una gran parte delle circa 17.000 tonnellate annue di CO2 che altrimenti sarebbero state prodotte attraverso l’incenerimento di quegli stessi rifiuti;
- ognuno degli 80 autobus eviterà a sua volta di immettere nell’aria circa 44 tonnellate all’anno di CO2;
- oltre ad essere neutrale per le emissioni di CO2, la combustione del biometano produce il 78% in meno di ossidi di azoto, il 98% in meno di particolato rispetto alla combustione del gasolio, senza considerare la rumorosità ridotta di quegli stessi veicoli;
Contrariamente al bioetanolo prodotto da granaglie e piante, il biometano ha l’ulteriore vantaggio di non intaccare le risorse alimentari, né richiede l’utilizzo di fertilizzanti e acqua.
Chiudo con un dato piuttosto significativo: una città come Oslo ( 250.000 abitanti) è in grado di ricavare in tal modo carburante sufficiente a far percorrere in un anno a ciascuno dei suoi 80 bus adattati circa 100.000 km.
Fatte le dovute proporzioni una città come Milano, con oltre 1.300.000 abitanti, potrebbe produrre in un anno qualcosa come 10 milioni e mezzo di litri di carburante sufficienti a far lavorare 300 autobus per 100.000 km l’uno.
In Europa questo sistema è già stato adottato in Francia, dalla città di Lille e in Svezia, a Stoccolma.
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giovedì 6 agosto 2009

Perchè i coralli marini crescono meno


D’estate il pensiero corre, per molti di noi, all’idea del mare e al piacere di farsi una bella nuotata.
Chi ha la fortuna di vivere in un Paese come l’Italia ha sicuramente l’opportunità di raggiungere la costa con una certa facilità.
Purtroppo il mare è tra i primi elementi naturali del nostro Pianeta a risentire dei cambiamenti climatici.
Il fenomeno dell’innalzamento del livello delle acque è senza dubbio il più evidente.
Le splendide Isole Maldive sono gravemente minacciate da questo fenomeno, (la foto qui allegata è eloquente ). E, del resto, lo stesso problema è riscontrabile anche in Italia anche se con minore drammaticità.
Ma pure i microrganismi viventi sotto la superficie delle acque sono purtroppo coinvolti.
Ad esempio, pare impossibile, eppure le forti emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane in atmosfera danneggiano, sia pure indirettamente, coralli, conchiglie e plancton!
Come? E’ quanto ha dimostrato uno studio sull’acidificazione degli oceani realizzato da un gruppo di ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research, diretto dal Professor Stefan Rahmstorf, che è giunto alle seguenti conclusioni:
-ogni anno gli oceani assorbono circa 2 miliardi di tonnellate di CO2 (circa il 30% delle emissioni globali);
-il Carbonio così assorbito causa come conseguenza una progressiva acidificazione delle acque oceaniche.
-l’acidificazione delle acque a sua volta rende sempre più difficile la formazione dei gusci e degli scheletri calcarei negli organismi marini ( dal plancton ai coralli).

Il grafico qui a fianco mostra il progressivo peggioramento delle condizioni ideali per la formazione dell’aragonite, una delle principali componenti, a base di Carbonato di Calcio, dei microrganismi che concorrono alla formazione dei coralli e che, appunto, con l’aumento dell’acidità delle acque, tende a dissolversi in acqua.
Nella tabella (a) si possono notare le condizioni che si avevano nell’epoca preindustriale, nella (b) le condizioni attuali, e infine nella (c) si illustra la situazione che, con i ritmi previsti di emissioni di CO2, potremmo raggiungere attorno all'anno 2065: in tutti gli oceani verrebbero a mancare le condizioni ideali per la formazione dei coralli e degli altri microrganismi!

Ancora una dimostrazione di come tutto in natura sia strettamente interconnesso.

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giovedì 23 luglio 2009

Tra ronde e intendenti


Il governo italiano, attraverso la promulgazione del DDL sulla sicurezza, si accinge a istituzionalizzare le “ronde” dei cittadini, il Comune di Firenze si appresta invece a istituire gli “intendenti”, deputati a monitorare il degrado della città.
Sono ormai quasi 11 anni che rivesto il ruolo di coordinatore del Progetto di Vigilanza Ambientale degli Amici della Terra di Firenze, attività che in pratica ha portato le guardie ecologiche dell’associazione a ricoprire buona parte degli incarichi che saranno chiamati d’ora in avanti a svolgere sia le ronde che gli intendenti.
Sulla scorta dell’esperienza diretta maturata vorrei tentare di esprimere il mio parere ed avanzare qualche suggerimento, spero, utile.

L’idea delle ronde nasce da un’esigenza di maggiore sicurezza da parte dei cittadini e dalla constatazione che gli organi deputati a rivestire tale ruolo, per una moltitudine di fattori, non sempre riescono a garantirlo.
Sono un grande appassionato di cinema, adoro il genere western e la figura dell’eroe che, pistola o fucile alla mano, ha il coraggio di farsi giustizia da solo. Ma è probabile che la mia ammirazione per certi personaggi da film derivi dalla constatazione che il cinema è una cosa, la realtà un’altra, o che per lo meno la realtà oggi sia ben diversa da quella rappresentata in film ambientati in un’epoca lontana dalla nostra almeno cent’anni.
Sono perciò contrario all’istituzione delle ronde se queste dovessero costituire solo uno strumento per garantire ai cittadini la loro sicurezza. Per questo ci sono già gli organi competenti.

La sicurezza la si ottiene non con la creazione di un rigido stato di controllo, bensì con meccanismi di maggiore coinvolgimento di tutti gli appartenenti alla comunità sociale; la sicurezza si ottiene garantendo lo stato sociale al maggior numero di persone possibile; la si ottiene, (guarda un po’), combattendo ed eliminando il degrado e, soprattutto, rendendo consapevoli i cittadini di quelli che sono i ruoli, i limiti invalicabili, i diritti e i doveri di ciascun appartenente ad una comunità. Questo è quanto ci hanno insegnato 11 anni di esperienza sul campo attraverso il progetto della Vigilanza Ambientale a Firenze.
Sorrido alla notizia del recente divieto di somministrare gli alcolici ai minori istituito dal Comune di Milano. Non sono e non saranno mai, a mio parere, i soli divieti e le restrizioni ad eliminare un problema.
L’esigenza dell’istituzione delle ronde nasce poi anche da un altro fattore preponderante: le difficoltà d’integrazione create dalla società multirazziale che ormai contraddistingue anche la realtà del nostro Paese. Eppure le vere difficoltà integrative non derivano dagli extracomunitari che giungono in Italia, bensì dagli italiani stessi che faticano ad accettarli.
La società multirazziale è una risorsa e occorre accettarla perché non farlo significherebbe, quello sì, autoemarginarsi.
Tuttavia non sono contrario alle ronde in generale, a prescindere, perché credo che se correttamente utilizzate, queste potrebbero trasformarsi in uno strumento utilissimo.
Prima di passare alla mia proposta vorrei però analizzare la questione “intendenti” ed il progetto del Comune di Firenze che li coinvolge, perché ritengo che in realtà stiamo affrontando due facce del medesimo problema.

Come Amici della Terra ci siamo sempre battuti per diffondere la conoscenza delle problematiche e, attraverso di essa, rendere consapevoli del proprio ruolo i cittadini e così responsabilizzarli in prima persona. E’ quanto abbiamo fatto anche con l’istituzione delle cosiddette “guardie ambientali” o “ecologiche”, che dir si voglia, affidando loro il preziosissimo ruolo di informare, responsabilizzare e coinvolgere la cittadinanza sulle tematiche del degrado urbano.
Oggi abbiamo la tendenza a ricordare fin troppo bene quali sono i nostri diritti, ma tendiamo invece con facilità a dimenticare che, come cittadini, abbiamo anche molti obblighi e doveri.
L’idea di fondo del nostro progetto è stata proprio quella di non vietare nulla a priori, non reprimere, ma piuttosto ricordare ai frequentatori di un’area pubblica, un giardino, uno spazio verde che il senso delle regole ivi vigenti era quello di contribuire al benessere di tutta una comunità e che per tale ragione tutti erano chiamati al rispetto di quelle regole nel loro stesso interesse.
Sono fermamente convinto che quella intrapresa da noi ben 12 anni fa sia tuttora la strada migliore e più efficace da percorrere.

Una semplice constatazione: oltre il 50% delle problematiche connesse al cosiddetto “degrado” che affligge una città è causato direttamente o indirettamente dai suoi stessi abitanti che poi, per assurdo, sono i primi a lamentarsi delle brutte condizioni in cui versa la loro città.
Questo accade non perché siamo solo un popolo di furbi e maleducati. Siamo piuttosto, e lo penso con convinzione, degli incoscienti e inconsapevoli, degli “ignoranti” nell’accezione latina del termine, ovvero “ che non sanno” e dunque che non si rendono conto.
Consentire, attraverso il dialogo, la presa di coscienza di questo semplice stato di fatto, è stato il passo fondamentale verso la buona riuscita del nostro esperimento.
Tutto questo però può non essere sufficiente.
Un’altra facile tendenza di oggi è quella di attaccare appena possibile le amministrazioni pubbliche perché non rispondono subito alle istanze dei cittadini e non provvedono immediatamente a ripristinare un certo stato delle cose. Il problema delle amministrazioni, oltre a quello della lentezza burocratica di certi iter, è però quello di arrivare alla conoscenza di certe problematiche.
Se mi perdonate la facile battuta: anche le amministrazioni sono “ignoranti”!
E’ proprio questo secondo compito di sensori della realtà cittadina, di tramite tra cittadino e istituzione, tra rilievo di un problema e notificazione di quel problema in tempi rapidissimi all’amministrazione pubblica competente, che potranno e dovranno svolgere gli intendenti.
E’ fondamentale infatti il ruolo di ascoltare le istanze provenienti dalla città sia per il cittadino che si sente così parte attiva, che per il Comune che ha modo di dimostrare la sua presenza e il proprio interesse sul territorio che è chiamato ad amministrare.
Trovo tuttavia delle lacune anche nel progetto della nuova amministrazione e mi permetto di sottolinearle con spirito assolutamente costruttivo.
Apprendo dai giornali (sarà vero?) che s’intende dotare ogni sentinella di scooter elettrico e di telefono palmare.
La prima questione che sollevo è la seguente: che costo avrà questo progetto per il Comune? Il Comune ha calcolato oltre ai costi d’investimento, anche quelli che occorreranno per il mantenimento in maniera duratura di questa iniziativa?
In tempi di crisi economica, siamo certi che sia davvero necessario tutto quanto previsto attualmente dal progetto?!
L’acquisto di questi palmari da assegnare ad ogni singolo intendente è davvero indispensabile?
Sempre sulla scorta della mia esperienza sul campo, considero fondamentale, ad esempio, che venga istituito un sistema di “filtraggio” delle segnalazioni raccolte dagli intendenti. Sarebbe un errore permettere ad ognuno di loro di procedere direttamente ad effettuare tale compito, con il serio rischio, specie nei primi mesi di attività, che si creino fenomeni d’intasamento dei canali informativi.
Chi stabilirebbe infatti in questo modo le priorità d’intervento? Chi potrebbe evitare, ad esempio, la doppia segnalazione del medesimo fatto avvenuto sul territorio di confine tra due o più rioni? Siamo poi sicuri che tutti gli intendenti abbiano da subito la capacità di distinguere tra fattori di effettiva emergenza ed altri che possono temporaneamente essere soprasseduti a vantaggio di altre urgenze?
Ricordate la favola di Esopo e dell’episodio di “al lupo, al lupo …” ?
E i 30 scooter elettrici?
Le guardie ambientali degli Amici della Terra si spostano abitualmente in bicicletta oppure con gli autobus. Firenze non è New York, se poi dividiamo la città in ben 32 rioni credo che l’intendente potrebbe benissimo muoversi a piedi, ( come fanno tra l’altro i Carabinieri di Quartiere), oppure in bicicletta avendo una competenza territoriale ben definita e ristretta. E poi è camminando tra le persone che può nascere il contatto umano, il prezioso colloquio attraverso il quale venire davvero a conoscenza delle esigenze della popolazione.
Insomma, in tempi di crisi, ritengo sarebbe doveroso cercare di realizzare l’intero progetto, prevedendo una minore spesa di realizzazione, tanto più perché questo non comprometterebbe in alcun modo i suoi buoni esiti e perché credo fermamente nella sua globale validità.
Con i dovuti accorgimenti, dunque, sono convinto che il progetto di Firenze non solo potrà ottenere ottimi risultati ma anzi costituire un esempio esportabile anche altrove.
Come?
Ecco la mia proposta-provocazione: trasformiamo tutte le ronde d’Italia in “intendenti” sul modello fiorentino!
E facciamo ancor di più: creiamo delle “ronde multi etniche” composte sia da privati cittadini, italiani da sempre, e nuovi extracomunitari appena arrivati da noi.
Affidiamo a queste squadre così formate il compito di coadiuvare gli organi competenti, coinvolgendo nel progetto proprio quegli elementi che per primi, se abbandonati o emarginati, potrebbero un domani costituire una delle ragioni principali dell’insicurezza degli altri cittadini.
Costituiamo ronde d’intendenti composte anche da extracomunitari, responsabilizzandoli, e offriamo loro il compito preziosissimo di tutelarci e contribuire al benessere dell’intera cittadinanza.
Tutto questo però seguendo appunto non il modello “ronda”, bensì quello delle “sentinelle dell’ambiente”, che con la sola arma del dialogo e dell’ascolto si muovano per le nostre città ad informare il cittadino, ed al contempo, ad osservare, ascoltare, recepire e trasmettere ai vari organi competenti quanto apprendono.
Sono certo che una buona parte dei problemi legati alla sicurezza e al degrado dei nostri centri abitati svanirà in un batter d’occhio.

Infine mi preme fare una precisazione: non vorrei mai che tale incarico fosse affidato ad una singola associazione come gli Amici della Terra e considero invece fondamentale che questa iniziativa venga gestita direttamente dal Comune di Firenze, (ottima l’idea di utilizzare gli ex vigilini, offendo loro un’opportunità d’immediata ricollocazione), perché questo sicuramente le garantirà maggiore peso politico, efficacia e attendibilità.

Dunque ben vengano le ronde, specie se esse saranno composte da intendenti sentinella, e ben venga (con qualche piccolo accorgimento) il progetto del Comune di Firenze e svolga - ecco il mio auspicio - il ruolo di battistrada per trasformare le ronde del resto d’Italia in “gruppi di ascolto” delle singole realtà locali. Sarebbe una piccola rivoluzione, significativa eppure difficile da realizzare, ne sono consapevole. Sognare e provare a metterla in atto però non ce lo vieta nessuno.

Michele Salvadori
Presidente
Amici della Terra Firenze Onlus

Per maggiori info sulla Vigilanza Ambientale vai su:http://www.amicidellaterra.org


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giovedì 16 luglio 2009

Amici della Terra: eolico - il gioco non vale la candela


Rosa Filippini, presidente nazionale di Amici della Terra, ieri nel corso di una conferenza stampa ha spiegato le ragioni del no da parte dell’associazione all’uso indiscriminato dell’eolico, (che utilizza la forza del vento per produrre energia elettrica).
In sintesi, i punti principali dell’intervento sono i seguenti:
1. Il contributo dell’eolico alla produzione di energia elettrica è e resterà marginale anche in futuro.
2. Gli incentivi per le energie rinnovabili che ogni italiano si troverà invece a dover pagare sulle proprie bollette sono destinati a salire in maniera tutt’altro che marginale.
3. E’ necessario distinguere tra le fonti rinnovabili utili alla causa ambientale (come biomasse e fotovoltaico) e quelle meno utili o addirittura potenzialmente dannose (come appunto rischia di divenire l’eolico).
4. Il meccanismo degli incentivi sull’eolico in Italia si presta alle facili speculazioni.
5. Il consumo del territorio per l’installazione dell’eolico è in proporzione 7 volte maggiore a quello del fotovoltaico.
6. Al contrario, seguire la strada di una sempre maggiore efficienza energetica consentirebbe tra l’altro di evitare la futura costruzione di nuove centrali nucleari.

Per maggiori info vai su:http://www.amicidellaterra.it

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lunedì 13 luglio 2009

La discarica di Case Passerini a Firenze

Questo breve filmato ( circa 10 min.) è stato girato circa un anno fà dal sottoscritto in occasione del sopralluogo effettuato per le riprese del docu-film "Non buttarti via" di Giuseppe Ferlito.
Oggi la discarica di Firenze è in pratica chiusa per raggiunti limiti di capienza.
video

domenica 12 luglio 2009

Cartesio e la dissonanza cognitiva

Chiunque di noi, anche un bambino, sa che inquinare è un atto sbagliato. Pertanto chiunque di noi, a specifica domanda, risponderà: “Certo, non dobbiamo inquinare il nostro pianeta”.
Nella sua vita quotidiana però, per qualche ragione, questo principio assolutamente virtuoso e condivisibile, non sempre, quella stessa persona lo applicherà. Perché?
Gran parte della cultura occidentale risente ancora dell’influsso della filosofia cartesiana, (ricordate il filosofo Cartesio, quello della celebre frase: Cogito, ergo sum - Penso, dunque sono, esisto - ?) ed in particolare della netta separazione tra corpo e mente, da essa proposta, ovvero della netta scissione tra razionalità ed affettività, tra natura e cultura.
Questa visione del mondo svaluta purtroppo la realtà concreta, concependola come semplice merce di scambio, finendo così per creare indifferenza e incuria verso le cose e l’ambiente che ci circonda.
Tradotto in termini esemplificativi: ecco che potremo far fare la cacca sotto il marciapiede di casa al nostro cane senza preoccuparci di raccoglierla, arrampicarci su di un’opera d’arte antica di qualche secolo, senza preoccuparci di staccarne un pezzo, abbandonare rifiuti tossici in un luogo inidoneo senza curarci delle conseguenze e degli effetti sulla salute degli abitanti di quella zona, renderci autori dei più efferati crimini contro l’ambiente e il paesaggio, senza che questi gesti ci procurino il minimo senso di colpa.
Tutto questo riusciamo a farlo grazie a quel fenomeno individuato per primo dallo psicologo americano Leon Festinger e conosciuto come “dissonanza cognitiva”.
Ecco di cosa si tratta: quando una persona nel compiere un’azione, combina assieme due comportamenti tra loro coerenti essa è palesemente soddisfatta, (consonanza), quando invece i comportamenti che prevede la sua azione sono palesemente in contrasto tra loro,(dissonanza), quella persona tende a rimuoverne uno dei due.
Esempio: sono un salutista convinto; perciò cerco di curare la mia forma fisica e mangiare cibi sani e di provenienza biologica certificata. Ciò mi gratifica e mi rende soddisfatto di me stesso, ( questa la definiremo consonanza cognitiva).
Al contrario, so che inquinare l’ambiente è sbagliato ma farlo mi semplifica la vita e mi garantisce un certo benessere economico. Questo provoca in me uno stato, appunto, di “dissonanza cognitiva” che mi procura un certo disagio psichico che debbo assolutamente risolvere al più presto.
Risultato: decido di smettere di credere che la salvaguardia dell’ambiente sia poi così importante …
Michele Salvadori
Presidente
Amici della Terra Firenze Onlus

Siamo in troppi?

Oggi le statistiche affermano che gli abitanti della Terra stanno per raggiungere il numero di 7 miliardi. Io penso che una buona parte delle ragioni per cui il nostro pianeta versa in cattive acque sia sicuramente da ascrivere a questa considerazione.
Siamo davvero in tanti, troppi, forse.
2.000 anni fà, all'epoca in cui nasceva Cristo, si calcola che sulla Terra vivessero circa 160 milioni di persone. In 2.000 anni ci siamo moltiplicati in maniera esponenziale.
Ma l'aspetto più grave è un altro: gli esperti garantiscono che entro il 2.050 gli abitanti della Terra saliranno a 9 miliardi!
Tra le tante conseguenze del sovrappopolamento del nostro pianeta, citiamo il surriscaldamento e il conseguente innalzamento del livello dei mari (nella foto un orso polare, specie gravemente minacciata dallo scioglimento dei ghiacci).
Che fare?